mercoledì 25 settembre 2013

Libri che si parlano

Questa estate ho letto quello che mi pareva. 
Non mi sono impegnata a recensire novità, non mi sono obbligata a leggere saggi, ho preso i libri che mi ispiravano dal mucchio sempre più alto di «libri che voglio leggere» che cresce sui ripiani del mio scaffale/comodino. Una pila che comprende libri nuovi e vecchi, regali del mio consorte, consigli di lettura di mia figlia, volumi ritrovati mettendo ordine nelle librerie di casa, libretti acquistati d'impulso nei mercatini dell'usato. Un po' tutto.
È stato bello, parlando da lettore ho vissuto un'estate strana e intensa. Non ho letto più libri del solito, ma mi sono lasciata guidare da una parte di me a cui ultimamente ho dato poco ascolto. Una curiosità giovanile, infantile forse, quel desiderio di «scoprire», di non risparmiarmi, che provavo da ragazzina, quando arraffavo uno dei tanti libri che i miei genitori accumulavano e disperdevano qua e là in casa, senza ordine, con poco criterio, ma molta generosità. 
Li sceglievo per il titolo, per l'autore – se lo conoscevo, ma spesso lo avevo soltanto sentito nominare – per le illustrazioni – le magnifiche copertine di Karel Thole dei tanti Urania che i miei scambiavano sulle bancarelle... E divoravo con identica avidità i saggi di astronomia e Lupo dei cieli di Hamilton, i romanzi di Raphael Sabatini e I fratelli Karamazov, le poesie di Montale e Cime tempestose, Terre del finimondo di Amado, Furore e i romanzi della biblioteca per signorine di mia nonna. 

Non mi importava del giudizio della critica, non ambivo a collezionare capolavori, riuscivo a trovare qualcosa di valido, o almeno di curioso, in tutti i volumi, non temevo di commettere sacrilegi lasciando a metà un Grande Libro per leggerne uno «piccolo».  E  spesso le storie che leggevo sembravano parlare tra loro, complottare a mio favore per suggerirmi riflessioni e nuove strade… 
Poi, lavorando, ho cominciato a disciplinare le mie letture, a negare una possibilità a quelli che mi erano stati consigliati da lettori con i quali avevo poca assonanza, a lasciare da parte i romanzi di intrattenimento con prevedibile lieto fine (parafrasando Elton John: sad stories say so much). A dirmi cose tipo: «i titoli sono milioni, ragazza, devi fare attenzione, NON PUOI  perderti i Grandi Libri!»
Fortunatamente i tempi gloriosi di LibriNuovi cartaceo hanno rianimato il lettore impudente e dissipatore che sonnecchia in me: per anni ho letto di tutto, anche i libri per bambini con l'alibi della maternità (conoscendo personaggi deliziosi, e NON nei libri canonici delle pur belle serie Salani). Ho macinato gialli e horror, ho letto chili di FS e di racconti gotici (e ne ho scritti, o almeno ci ho provato), ho mescolato grandi saggi e piccole storie, romanzi indimenticabili e racconti semplicemente carini.

Grandi momenti, davvero.
Negli ultimi tempi ho nuovamente sentito il richiamo del tempo che passa: «mica divento più giovane...  e  la pila dei classici è sempre più alta. Devo amministrarmi meglio».
Quest'anno ho gettato la spugna: ho azzerato la pila e rimesso i classici al loro posto. Quando ne sentirò la necessità e il desiderio… so dove stanno. Al posto della pila adesso c'è il mucchio, nel quale i libri in entrata sostano in felice, democratico caos, uno accanto all'altro. Ne ho pescato gialli (però ben scelti dal mio libraio personale), FS, horror, una biografia di Eduard Limonov e un romazo di Ben Pastor. che prima o poi recensirò. Non ho rinunciato al mio solito Simenon estivo, ma l'ho accompagnato con letture grandiosamente scompagnate e… 
Sorpresa: loro, i libri, sono andati perfettamente d'accordo e hanno complottato come un tempo, permettendomi accostamenti bizzarri e significativi. Come Strane creature di T. Chevalier e Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft) che mi hanno trascinato a compiere la strada che segue, per raggiungere due opere che amo per motivi differenti, un saggio di Stephen J. Gould e un bel racconto incontrato lavorando al volume Alia Anglostorie.
Per le recensioni cliccate qui.  
Per fare un giro turistico, continuate a leggere. 



Dunque,  i due libri parlano di fossili. Cominciamo quindi da:

BREVE STORIA DELLA PALEONTOLOGIA

L'incontro fra umani e fossili risale a tempi lontani, anche se i nostri progenitori non ne conoscevano ancora la natura: nell'Olocene, le popolazioni dell'Età del Bronzo raccoglievano fossili di ricci di mare e conchiglie per conservarli nelle tombe; in America centro-meridionale alcune popolazioni utilizzavano denti di squalo fossili come punte per le frecce.


ricci di mare fossili
Le ipotesi sull'origine dei fossili erano talora fantasiose: prove mal riuscite della creazione, scherzi di natura, uova disperse dal Diluvio nei sedimenti fangosi, forme modellate da uno spirito vitale capace di agire nelle rocce… In diverse epoche, alcuni naturalisti e filosofi ne intuirono la provenienza biologica, per esempio Pitagora (VI sec. a.C.) Erodoto (V sec. a.C.) e Aristotele (IV sec. a.C.) il quale ipotizzò per essi una sorta di generazione spontanea dovuta a «esalazioni secche» che nascevano dalla terra stessa. Anche Lucrezio, Ovidio e Plinio il Vecchio ipotizzarono l'origine biologica dei fossili.
Avicenna (X sec.) immaginò che una vis plastica li avesse formati modellando la materia inerte. Nel Medio Evo cristiano i fossili furono considerati sia «trucchi» di Satana per ingannarci, sia testimonianze del Diluvio Universale: Restoro D’Arezzo (XIII sec.) riconobbe i fossili per resti di organismi trasportati insieme con i sedimenti dalle acque di un diluvio. Altrove i fossili furono considerati più semplicemente strani minerali, formatisi, un po' come le rose del deserto, da granelli cristallini trasportati dal vento. 
Il solito strabiliante Leonardo da Vinci (1452-1519), intuì correttamente l'origine marina di certi molluschi cenozoici rinvenuti in Val Padana. Il nome fossile venne assegnato nel XVI secolo dal fisico tedesco Giorgio Bauer, che lo derivò dal latino fodere, scavare. 
Il nostro Fabio Colonna (1567-1640) scrisse un piccolo saggio sulle glossopetrae dimostrandone la derivazione da denti di squalo. Un grande contributo diede Niels Stensen (Stenone, 1638-1686), dimostrando non soltanto che i fossili sono resti di organismi vissuti nel passato ma anche che la stratificazione delle rocce è conseguenza della deposizione e solidificazione di sedimenti sospesi in acqua.
Niels Stensen
La teoria dell’origine inorganica naufragò nel ridicolo solo nei primi decenni del 1700, quando il prof. Johann Beringer trovò e illustrò in una propria opera alcuni «fossili» scolpiti e sepolti da suoi studenti (i maligni li attribuivano ai suoi colleghi universitari).

Il grande scoglio alla corretta interpretazione e antichità dei fossili era. comprensibilmente. la loro diversità dagli organismi attuali e la loro estinzione, nozioni allora inaccettabili perché contrastavano con l'opinione corrente che ogni singola parte della creazione, frutto della saggezza divina, doveva restare uguale a se stessa, senza mai cambiare o estinguersi. I fossili più difficili da accettare erano quindi quelli più antichi – paleozoici e mesozoici – perché più differenti dalla condizione attuale, mentre quelli più recenti furono a lungo considerati resti di organismi travolti dal Diluvio Universale.

Mary Anning e il suo cane
I tempi, però stavano cambiando: dal XVIII secolo, grazie a Georges Buffon (1707-1788) e alla sua Histoire Naturelle – impostata sull'evoluzione dei viventi e all'attualismo sostenuto da James Hutton (1726-1797), i naturalisti misero definitivamente in relazione i fossili con la litologia, comprendendone il valore di testimonianze della storia della vita sul nostro pianeta. 
All'inizio dell'Ottocento, ai tempi di Mary Anning ed Elizabeth Philpot (protagoniste del romanzo di Chevalier), due discipline affini, la biologia evoluzionista e la geologia – allora nella sua «epoca eroica» (1790-1820) – contribuirono, insieme all'ancora incerto studio dei fossili, a gettare le basi della moderna Paleontologia (dal greco logos [discorso], palaios [sugli antichi] e onta [enti]). 
In particolare, fu la geologia ad aprire una prospettiva nuova sulla storia del pianeta, compiendo una vera rivoluzione scientifica, paragonabile a quella copernicana, che separò la breve storia dell'umanità da quella, molto più lunga e complessa, del nostro mondo. Una storia suddivisa in lunghi periodi successivi, contraddistinti da forme di vita diverse e oggi estinte, (e da rimarchevoli diversità ambientali) sempre più simili a quelle odierne mano a mano che divenivano più recenti. 

La nostra storia comincia

Qui entrano in scena, oltre a Mary ed Elizabeth, alcuni dei personaggi sviluppati da Tracy Chevalier nel suo romanzo Strane creature (il titolo è una discreta traduzione dell'originale Rimarcable creatures). Infatti, durante la prima metà del XIX secolo, la paleontologia schierò grandi naturalisti come Georges Cuvier e Jean-Louis-Rodolphe Agassiz, la cui storia si intreccia con quelle delle due cercatrici di fossili.
Cuvier (1769-1832) è considerato il fondatore dell’anatomia comparata e della paleontologia come scienza, benché negasse l’evoluzione delle specie e spiegasse le differenze fra i resti fossili e gli organismi moderni con una serie di successive estinzioni dovute a cataclismi avvenuti in vaste aree geografiche, in seguito ripopolate da viventi provenienti da altre zone.
Cuvier si dedicò soprattutto alla paleontologia dei vertebrati, ovviando alla difficoltà di trovare esemplari interi con la legge della corrispondenza organica, formulata così, proprio nel 1825:

Ogni individuo organizzato costituisce di per sé un sistema unico e chiuso, le cui parti corrispondono l'una all'altra e concorrono a produrre un certo risultato definito, per reazione reciproca [... Di conseguenza...] cominciando da ciascun [singolo osso], chi possieda razionalmente le leggi dell'economia organica, potrebbe rifare tutto l'animale.


Georges Cuvier
Una conclusione molto suggestiva ma eccessivamente fiduciosa, tanto è vero che le rappresentazioni dei primi grandi sauri fossili – come l'iguanodonte e il megalosauro – restarono per diversi decenni decisamente poco accurate: inizialmente furono descritti come quadrupedi e solo in seguito si scoprì che erano bipedi.
I numerosi fossili di invertebrati (artropodi, molluschi ed echinodermi) rinvenuti in quegli anni erano sicuramente meno spettacolari dei grandi bestioni e regalavano meno notorietà a chi li studiava, ma fornirono le conoscenze che permisero, intorno al 1830, di delineare e mettere in relazione fra loro le formazioni rocciose del pianeta. Anche qui Cuvier, tra gli altri, diede un contributo, rendendosi conto che - per correlare rocce uguali ma distanti - non è sufficiente la composizione mineralogica, occorre affidarsi al contenuto in fossili racchiusi in ogni strato, come spiegò nel 1808:


... questi fossili sono generalmente sempre gli stessi negli strati corrispondenti e presentano differenze di specie abbastanza notevoli da un sistema di strati a un altro.


Era l'alba della cronologia stratigrafica e dell'uso dei fossili guida per identificare l'età dei vari strati della crosta terrestre. Verso il 1830 una colonna stratigrafica standard era ormai ben determinata e non suscitava più controversie.


Niente panico: non dovete imparare i nomi, solo farvi un'idea generale: gli strati di rocce più antiche, con le loro caratteristiche ben precise e gli eventuali fossili coevi, stanno al di sotto di quelli più recenti 

William Buckland è il primo paleontologo a comparire in Strane creature; pagina dopo pagina Chevalier lo presenta ai lettori come uno dei più noti e apprezzati studiosi dell'epoca, un appassionato che intuendo il talento di Mary la scelse come cercatrice di fossili. In effetti Buckland diede – insieme a Henry T. De la Beche (1796-1855), altro personaggio del romanzo – un contributo notevole alla ricostruzione dell'anatomia e della morfologia di varie specie di vertebrati vissuti in quella che fu chiamata «l'era dei rettili».

William Buckland, 1845
In realtà, Buckland offrì alla scienza anche più di quanto risulti dal romanzo: convinto che un fossile rappresentasse non solo una certa specie ma un elemento di un'antica comunità, di fatto sviluppò una nuova disciplina, la paleoecologia; il suo scopo era quello di illustrare «la potenza, la sapienza e la bontà di Dio, manifestata nel Creato». Buckland non riteneva il progresso una semplice ascesa da creature meno perfette a creature più perfette: la perfezione era raggiungibile soltanto con l'adattamento a un particolare ambiente e adattamenti del genere erano evidenti lungo tutta la storia del pianeta, dai tempi più remoti a quelli più recenti. 
Oltre a un certo numero di collezionisti di fossili in quanto oggetti curiosi (Mary li chiama familiarmente «ninnoli») Tracy Chevalier descrive altri studiosi, come un giovane e simpatico Charles Lyell, il già ricordato De la Beche, il reverendo Conybeare, Louis Agassiz e, inevitabilmente, Georges Cuvier, soffermandosi, tra l'altro proprio sulla querelle scoppiata quando il paleontologo francese criticò (ricredendosi in seguito) il lavoro di Mary Anning sul plesiosauro, che – secondo la sua legge di corrispondenza organica – avrebbe dovuto avere un collo meno lungo e con meno vertebre: 

La struttura del plesiosauro in questione non concorda con alcune delle leggi anatomiche scoperte dal barone Cuvier. In particolare, il numero delle vertebre cervicali è troppo numeroso per quel genere di animale. I rettili ne hanno di solito fra tre e otto, mentre la creatura da voi disegnata sembra averne una trentina... 

Il romanzo dedica molto spazio alle notevolissime scoperte di Mary, lasciando un po' in ombra la passione di Elizabeth per i pesci fossili.

Prediligo i pesci fossili, perché la trama delle scaglie e le pinne li accomunano a quelli che mangiamo ogni venerdì, avvicinandoli al presente pur nella loro stranezza.

Pesci che – tanto per dire – anche Cuvier trascurò un po'. In realtà in anni in cui i cambiamenti degli organismi venivano considerati uno «sviluppo progressivo» e non spiegati in chiave evoluzionista, i pesci fossili erano piuttosto importanti perché comparsi prima dei rettili e quindi presenti sul pianeta per un lungo tempo geologico. Qualche anno dopo la storia narrata da Chevalier, Louis Agassiz, basandosi sulle squame che tanto piacevano ad Elizabeth, introdusse una nuova classificazione dei pesci antichi in quattro ordini, Ganoidi e Placoidi – comparsi tra 570 e 250 milioni di anni fa durante il Paleozoico – e Cicloidi e Ctenoidi – apparsi durante il Cretaceo, tra 140 milioni e 67 milioni di anni fa – Per quanto paia una semplice precisazione la questione puntualizzata da Agassiz era tutt'altro che secondaria e dimostrava che il «progresso» poteva verificarsi non solo tra le classi di organismi ma anche al loro interno, tra gli ordini.

Agassiz, diversamente da Buckland, considerò la successione pesci - rettili - mammiferi e umani come una sequenza coerente di progressivo perfezionamento anatomico, voluta dal piano divino per la Creazione (esattamente come le fasi successive della crescita embrionale di un singolo organismo). E questo suo punto di vista «idealistico», molto differente dall'empirismo di Buckland, lasciò un segno sugli studiosi successivi.


Louis Agassiz
Naturalmente tutti i modelli presentano qualche punto debole. Il punto debole della definizione tassonomica di progresso fossile sostenuta da Agassiz e da molti altri, consisteva nell'incapacità di spiegare le irregolarità della documentazione geologica, le anomalie che per i non addetti ai lavori hanno un significato limitato ma non fanno dormire gli esperti. 
Un primo esempio potrebbe avere come titolo lo strano caso dell'opossum. Reperti di opossum (o didelfide), un piccolo marsupiale, furono scoperti in cave d'ardesia risalenti al Giurassico (200-140 milioni anni fa)l di un villaggio presso Oxford (qui la descrizione di Buckland in traduzione). La presenza dell'opossum sottintendeva che mammiferi primitivi come lui fossero convissuti con i grandi rettili, invece di seguirli e comparire graziosamente durante il Terziario (era Cenozoica), allora ritenuto il posto giusto per loro (in realtà reperti attribuibili a mammiferi marsupiali risalgono circa a 120 milioni di anni fa). Spiegazioni fantasiose vennero escogitate dai fautori del progresso successivo per spiegare la presenza inopportuna dell'opossum: forse il fossile non era proprio stato ritrovato nelle cave d'ardesia? O forse le rocce della cava erano meno antiche? O magari, più semplicemente, la imbarazzante bestiola non era un mammifero ma un rettile, vissuto educatamente nell'era che gli era stata assegnata? La faccenda inquietava notevolmente i paleontologi.
Impronta di fabrosaurus del Triassico
Altra triste anomalia fu la presenza documentata già nel Triassico (250-210 milioni di anni fa) di impronte che parevano lasciate da uccelli giganteschi comparsi con circa almeno 150 milioni di anni di anticipo. (la comprsa è datata all'Eocene, tra i 56 e i 34 milioni di anni fa). Si scoprì in seguito che all'epoca esistevano anche dinosauri bipedi...



Ma è ora di lasciare Mary ed Elizabeth alle loro vicende: le irregolarità inspiegabili ci offrono l'occasione di cambiare storia.


Opossum e famiglia
Se la questione dell'opossum fu all'epoca spiacevole quanto un dito in un occhio, l'anomalia «pensata» da Lovecraft nella sua ben nota novella Alle montagne della follia sarebbe grande almeno quanto un tirannosauro: nientemeno che il rinvenimento di tracce di vita altamente evoluta letteralmente all'alba del pianeta, nel cosiddetto Precambriano, ovvero più di 540 milioni di anni fa. Le conoscenze attuali assegnano a quel lunghissimo periodo soprattutto un enorme numero di forme di vita batterica e, verso la fine del periodo, circa 600 milioni di anni fa, le prime tracce di vita complessa pluricellulare (vedi più avanti). Non solo, nella novella tali tracce vengono poi rinvenute lungo tutta o quasi la storia successiva della Terra, fino alle soglie dell'Olocene. Roba da far risorgere dalla gioia Peter Colosimo e da far quasi morire d'infarto il dottor Lake, lovecraftiano biologo della spedizione polare promossa dalla Miskatonic University.

Fedele al suo stile, Lovecraft ci dimostrerà che per l'infelice Lake sarebbe stato meglio morire di un colpo piuttosto che affrontare ciò che il rio destino gli ha riservato.
Ma questa è la storia del prossimo post.

 
A proposito, anche senza l'aiuto dell'accesa fantasia di H.P. Lovecraft, i fossili del Precambriano possono riservare interessanti sorprese, come questi microscopici fossili trovati nella Formazione di Doushantuo, in Cina. Per saperne di più leggete questo interessante articolo di Laura Berardi

per un brevissimo corso sui fossili cliccate qui.

Altre informazioni sulla paleontologia nei due siti che seguono, a cui sono debitrice di molte notizie.

 

domenica 22 settembre 2013

Storie vere o verosimili? Quattro passi nell'ucronia

Gli incontri letterari di questa estate mi hanno suggerito riflessioni varie sul rapporto tra libro e lettore, tra libro e libro e, più in generale, tra storia e realtà. Il legame (e/o la libertà) che esiste tra una storia «inventata» e il reale è un tema che che ho cercato di declinare variamente in un paio di post che pubblicherò in questi giorni su questo sito. Continuerò anche in questo, per due buone ragioni, una strettamente personale, alla quale giungerò per gradi, l'altra di interesse narrativo, su cui vorrei spendere un po' di parole per risarcirvi del tempo che vi ruberò al termine del post.
Alle storie che leggiamo quasi mai chiediamo di essere «vere» (a meno di aver scelto di leggere un biografia), ma almeno verosimili, per poterci identificare almeno parzialmente nei personaggi. Il margine di «inventiva» narrativa tollerabile varia per ognuno di noi: alcuni non sopportano che la loro credulità venga sottoposta a eccessive pressioni, altri accettano di buon grado di sospendere il giudizio e non battono ciglio di fronte alle storie più fantastiche; ma anche fra gli amanti del fantastico alcuni (e io tra loro) non sopportano il fantasy meno sofisticato, quello in cui maghi, streghe, gnomi ed elfi impazzano senza regole e senza un metodo di indagine del reale, tanto che la storia scivola dal fantastico al meraviglioso.
Il tema non è dei più banali, e torna spesso a emergere (vedi ad esempio il post Quando Lovecraft collabora con Darwin in prossima uscita su LN, nel quale ho recensito due volumi letti questa estate).
Il tema del rapporto tra storia e realtà è il nodo centrale di un genere molto specifico di fantastico: l'ucronia.

L'ucronìa (anche detta storia alternativa, allostoria o fantastoria) è un genere di narratica fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale.

La definizione, molto generale, di Wikipedia, si richiama a un tipo di speculazione mentale molto famigliare a noi umani: siete ucronici almeno una volta al giorno, quando recriminate: «accidenti! Se fossi passata dalla strada più lunga, invece che da questa stupida scorciatoia, magari non avrei bucato la ruota e…». Può esserlo vostro figlio quando si giustifica: «Se Piero mi avesse suggerito, avrei preso 8 di storia invece che 5+ e…» o vostra suocera (Sua madre!) quando insinua serafica: «Pensa te, se Giovanni/a fosse andato/a in ferie con i cugini, invece che a Barcellona, non ti avrebbe conosciuto e…»
E… che cosa?
Già, che cosa sarebbe accaduto se…? Forse niente di importante: la ruota era già difettosa, avreste bucato comunque, Piero avrebbe suggerito sbagliato e vostro figlio avrebbe preso comunque 5+, e Giovanni/a vi avrebbe conosciuto in settembre a una festa in città. O forse no, sareste arrivati a casa senza bucare, con quindici minuti di anticipo, giusto in tempo per litigare con il/la consorte o per assistere a una rapina, o per incontrare l'amore di una vita. Vostro figlio avrebbe preso 8/9 si sarebbe appassionato alla storia, laureandosi con lode e facendo una favolosa carriera accademica (all'estero, ovviamente!) e Giovanni/a in ferie con i cugini avrebbe capito che era preferibile una vita da single.
Ecco, l'ucronia vive di questi «se», dei bei SE cospicui che innescano effetti valanga. SE Costanza d'Altavilla avesse potuto scegliere la vita monastica, come pare volesse fare, non ci sarebbe stato alcun Federico II (il che sarebbe stato davvero un peccato) e la storia del XIII secolo e oltre sarebbe nettamente cambiata.
L'ucronia che indaga su un futuro alternativo a partire dalla sorte di un preciso personaggio storico è sicuramente interessante ma talvolta poco convincente, perché spesso il personaggio coagula semplicemente una tendenza storico-sociale già forte nell'epoca in cui ha/avrebbe vissuto, e quindi l'ipotetico futuro del suo tempo (che in realtà è un passato per noi lettori) potrebbe non cambiare in maniera radicale.

Spartachisti dietro le barricate a Berlino

Più rare ma più interessanti, almeno secondo il mio punto di vista, sono invece le speculazioni ucroniche che riguardano fenomeni o processi collettivi. Ad esempio, che cosa sarebbe accaduto se la rivoluzione comunista, fosse avvenuta in Germania nel 1919 (come non è accaduto, per un pelo, ma questo lo sanno in pochi) oltre che in Russia nel 1917?
Bella ipotesi, vero? Chissà che cosa sarebbe potuto accadere?
Be' io lo so. Lo so perché ho letto (anzi ne ho lette un paio di versioni) un romanzo di ucronia intitolato UKR che, guarda caso, studia proprio questa possibilità. L'ha scritto Massimo Citi ed è stato appena pubblicato in e-book presso il sito DUDAG 

I personaggi del romanzo vivono in Germania e in Italia in anni ormai molto lontani dallo snodo che ha creato un mondo alternativo al nostro, precisamente gli anni Ottanta, altro periodo «topico» della storia italiana ed europea.
Vi consiglio di leggerlo, vle davvero la pena di scoprire come l'autore ne immagina le differenze – e le somiglianze – con il passato che noi conosciamo.