domenica 23 settembre 2012

A scuola di riciclo dai paguri

Come faccio ogni tanto la domenica, questa mattina sono andata a leggere in un parco vicino a casa. Stavo sfogliando le «Scienze» di settembre,  quando un titolo ha attirato la mia attenzione: La vita in un guscio di Ivan Chase. 
«Leggilo, è interessante», ha commentato il consorte, che si era appropriato della rivista prima di me. 
Detto, letto. Poiché insegno scienze, quell'articolo è stato una miniera di idee didattiche; la rivista sta già nella mia «postina» colorata (altro che triste «borsa dell'insegnante» di un tempo!), insieme ai compiti di scienze dei miei primini. 
La faccenda, però,  è abbastanza divertente e intrigante da condividerla. 

Dunque, avete presenti i paguri, quei granchi buffi che occupano le conchiglie lasciate libere da proprietari presumibilmente deceduti? Sono i protagonisti della storia raccontata da Chase, il quale ha avuto la flemma di andare su un tratto della spiaggia di Long Island frequentata dal Pagurus longicarpus, di gettare in mare un grosso guscio di lumaca e di aspettare. In capo a qualche minuto è arrivato un paguro, l'ha afferrata, l'ha esaminata rigirandosela fra le chele in cerca di falle e, soddisfatto dell'ispezione, di occuparla abbandonando la casa precedente, troppo stretta. Fino a  qui tutto normale. Ma subito dopo è arrivato un secondo paguro, più piccolo del precedente,   che ha ripetuto tutta la pantomima mollando il suo guscio per quello appena abbandonato dal suo cospecifico. Poi ne è arrivato un terzo, ancora più piccolo, e così via.
«Vi sembrerà strano ma fu uno dei miei momenti più felici come ricercatore», scrive Chase, e io gli credo.
 Comunque una sola osservazione non prova niente, quindi il ricercatore continuò a indagare con l'aiuto dei propri studenti, correlandone peso dei granchi, volume delle conchiglie e lunghezza della catena di scambi. 
La catena di scambio viene chiamata vacancy chain ed è detta asincrona se le conchiglie vuote vengono trovate in un secondo tempo, come nel caso che ho riferito (di solito non sono molto lunghe perché gli aspiranti inquilini devono essere già nei paraggi quando il primo paguro cambia alloggio); si chiama sincrona, invece, quando i soggetti sono già tutti presenti, come nelle catene iniziate da una lumaca predatrice,  che uccide e rimuove un'altra specie di lumaca la cui conchiglia è molto apprezzata dai paguri. In questo caso (più drammatico, ne convengo, ma anche più interessante) i paguri si riuniscono in attesa che l'assassina compia il suo delitto e si mettono in fila per ordine di grandezza, in modo che il successivo possa prendere la conchiglia del precedente, ottimizzando la procedura e guadagnando ognuno il giusto, perché ai paguri più piccoli non serve una villa come a quelli più grandi che stanno in cima alla lista d'attesa.
Picchio della coccarda
Non sono solo i paguri a utilizzare la vacancy chain, ma anche polpi, pesci, patelle, pesci pagliaccio, aragoste del Maine, picchi  ecc.,  che competono con altri cospecifici per occupare conchiglie, fessure fra le rocce, anemoni di mare, buchi nei tronchi d'albero…
 Anche noi umani siamo in grado di produrre vacancy chain. Ad esempio a causa della costruzione di nuovi appartamenti, che innesca una catena di traslochi da parte di inquilini alla ricerca di sistemazioni migliori; da varie ricerche in merito risulta che la catena media di traslochi riguarda 3,5 famiglie. Altri studi sono stati fatti per le situazioni più svariate: il pensionamento dei predicatori in numerose congregazioni religiose dava luogo a una catena di trasferimenti; idem avveniva in altre gerarchie come le forze di polizia, le forze armate e, ahimé, le gang criminali e le organizzazioni mafiose. Un esempio a cui probabilmente abbiamo partecipato tutti almeno una volta è l'acquisto a catena di auto usate: il primo della serie acquista un'auto migliore e vende la propria a un secondo,  ecc. 

L'aspetto più interessante di questa storia di paguri, pesci, predicatori e autisti è che a determinare la catena non sono tanto gli individui coinvolti, quanto la risorsa, che invariabilmente è molto ambita può essere occupata o posseduta solo da un individuo alla volta e diventa disponibile per altri non appena egli decide di liberarsene. Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che un sacco di risorse che per noi non sono più preziose possono ancora esserlo per qualcun altro: è proprio questa differenza di valutazione a determinare la catena di scambi. 
La faccenda della catena mi fa venire in mente due piccole storie personali. 
La prima riguarda un vaso regalatoci in un ristorante giapponese. Ricevuto con grandi ringraziamenti e portato a casa, il vaso si era rivelato impossibile da amalgamare con il resto dell'arredamento. «Buttiamolo via» era stata la conclusione. Ma un regalo mica si può buttare così. L'avevo appena deposto con cura sul cassonetto dei vetri (dove non mi ero sentita di scaraventarlo) quando è arrivata una signora che,  a cenni e in un italiano stentato, mi ha chiesto se era «ancora buono». Avuta la mia rassicurazione, se l'è portato via soddisfatta. Se prima o poi lo regalerà a una terza persona avremo fatto la nostra vacancy chain, nella quale io avrò guadagnato un po' di spazio libero in casa e loro il vaso.
La seconda storia riguarda uno dei vicini di casa con cui purtroppo condivido i bidoni per la raccolta differenziata porta a porta. Spiace dirlo, ma  il signore possiede meno intelligenza sociale di un paguro e proprio non riesce nemmeno a concepire la bellezza simmetrica della vacancy chain, tanto che ci ha trattato da teppisti perché abbiamo deposto un divano letto doverosamente smontato accanto ai bidoni (dove non intralciava il passaggio), assicurando che avremmo immediatamente contattato l'Amiat. «Se ci danno una multa, la pagate tutta voi», ci ha minacciato. La notte stessa un gruppo di raccoglitori si è portato via il divano fino all'ultimo bullone, dando uno schiaffone morale al vicino tanto tirchio e succube dei regolamenti da non poter aspettare nemmeno il giorno dopo, togliendo a noi li disturbo di contattare l'Amiat e regalando il divano a loro stessi o qualche altro sconosciuto.
Come migliorare l'intelligenza sociale del vicino? Potrei  presentargli un paguro… Ma no, certi miracoli non riuscirebbero nemmeno a bestie così accorte.  

lunedì 17 settembre 2012

Ridateci Mozart e Prokofiev

Da un breve articolo pubblicato sul numero di settembre 2012 delle Scienze (pag. 28), a firma di Michele Catanzaro, risulta che «la musica sta diventando sempre più banale». 
Prima reazione: «Ah. Già mio nonno sosteneva che il quartetto Cetra fosse molto meglio dei Rolling Stones. Quella sì che era musica».
L'articolo, però, riporta i risultati di un confronto quantitativo  – fatto dai ricercatori in questione  con sofisticati sistemi di analisi computerizzata –  tra circa mezzo milione di brani composti tra il 1955 e il 2010 e in seguito digitalizzati. 
I parametri presi in considerazione sono stati:
  1. Le transizioni fra le note.
  2. Le diversità nei timbri e nella varietà degli strumenti utilizzati.
  3. Il volume di registrazione.
Lo studio ha evidenziato che:
  • Le transizioni fra gruppi di note sono diminuiti in maniera regolare negli anni, tanto che, partendo da una certa nota, è possibile prevedere quale sarà la nota successiva più probabile.
  • Le diversità fra timbri e varietà di strumenti sono diminuite costantemente.
  • Il volume di registrazione è invece aumentato. Come dire che,  se un coatto vi assorda con la musica a palla al semaforo, metà della colpa è sua, e metà è della casa discografica.
  • A causa delle tendenze di cui sopra i brani si stanno sempre più uniformando, seguendo le mode del momento, e diventano sempre più piatti e prevedibili.
È cosi stato possibile elaborare una ricetta per comporre pezzi passabilmente «attuali» e «modernizzare» pezzi di un tempo semplicemente semplificando le transizioni fra gruppi di note, eliminando un po' di strumenti e alzando il volume di registrazione.

Deprimente? Certo. Ma non penso sia all'opera un malvagio e oscuro complotto per avvelenare la nostra corteccia uditiva. La tendenza è un fatto più che una scelta consapevole. 
Chi sceglie quale musica produrre e sostenere quasi mai si fa guidare da parametri quali l'arte o l'originalità (a meno che non sia un innovatore e/o uno che ci vede molto lungo); si limita semplicemente a scegliere ciò che già si vende. E chi compra (o scarica) sceglie ciò a cui è abituato, cioè i prodotti più diffusi. Un meccanismo da feedback perverso che lascia ben poche speranze.

Sarà così anche per la narrativa?

 

lunedì 10 settembre 2012

Oltre la finestra

Questo mio racconto venne pubblicato, come La bolla di Massimo Citi, sull'antologia Tutto il nero del Piemonte. Lo riesumo  qui non per copiare il mio compagno, ma perché, terminato da un pezzo il periodo del «prestito» all'editore Noubs, mi fa piacere offrirgli un'altra possibilità di essere letta. 
Scriverlo è stata una strana esperienza: raccontare luoghi riconoscibili (la storia doveva svolgersi in Piemonte), era una novità per me che, di solito,  descrivo luoghi lontani nel tempo (SF) oppure luoghi molto particolari (fantastico) o indefinibili, fatti di ricordi evocati e rimescolati. Il tema, poi, doveva essere «nero». «Torino città magica» è uno stereotipo talmente banale che ero scoraggiata. Così ci ho messo dentro un po' dei ricordi di quando ero piccola e il mio odio inspiegabile per gli addobbi natalizi in serie. E mi sono tolta una bella soddisfazione. Perché io, di quei cosi che penzolano dai balconi non mi sono mai fidata. Ecco.
 

Questa sera mi sento strana.
Sarà colpa di quest’inverno mai arrivato, che ci ha privato della quiete sonnolenta di gennaio; o dell’alba di questa mattina, sfolgorante tra i palazzi severi, piena di rossi gentili e minacciosi, portatori di incomprensibili promesse. O di questa assurda, sottilissima falce di luna sbilenca che sorride malevola accanto al campanile…
Sarà colpa degli alberi appena trapiantati nella piazza vicina, coperti di gemme e ubriachi di sole fuori stagione.
C’è un profumo nell’aria, che non conosco eppure mi chiama, mi spinge fuori. Annuso inquietudine mescolata agli odori sintetici della Città dell’auto. Qualcosa deve accadere, oltre i vetri chiusi che ho la tentazione di spalancare. E io voglio esserci, vedere. Non restare qui, prigioniera del mio vecchio e comodo appartamento, a respirare l’odore stantio delle case perbene. Di questa città che ostenta la probità invece del lusso. Della sua gente che pratica una signorilità modesta ed educata, escludendo gli altri con poche parole di un dialetto che un tempo anche i monarchi parlavano e che oggi nessuno ha più motivo di imparare.
Dalla vetrata dello studio osservo i tetti bui, i camini che esalano lievi sbuffi di fumo, gli alti condomini lontani, pieni di luci e di vite che non mi sfiorano mai, cullata dal traffico che scorre nelle larghe vie parallele. Sei piani più in basso la strada è silenziosa, poche auto la percorrono a velocità ridotta, uno sconosciuto cammina senza rumore lungo il marciapiede illuminato dai lampioni.
Fisso senza pensare a nulla le inutili cordate di babbi natali che nessuno ha ancora rimosso.
Mi riscuoto, vado a infilarmi le scarpe, indosso il cappotto nero fin troppo pesante per questo tempo insensato, mi avvolgo nella pashmina violetta soltanto per offrirmi un po’ di colore.
L’ascensore cigola mentre spio le ragioni della mia decisione sul viso stanco che mi guarda dallo specchio. Le porte scorrevoli si aprono silenziose dietro di me.
Il portone del palazzo si chiude reciso alle mie spalle. Non appartengo più alla comunità dei condomini che si salutano con cortesia formale e rassicurante. Ora che sono Fuori.
La via risuona soltanto del mio passo, la lunga ombra che mi sta incollata ai piedi non può appartenermi. Affondo le mani nelle tasche, sfioro le chiavi e il portafoglio e penso con inquietudine al cellulare abbandonato sulla scrivania.
Riconosco il vento leggero e i profumi che sussurrano un’impossibile primavera. Ma non l’oscurità, i cerchi di luce, le lame luminose dei fari… La città è una quinta teatrale e io sono l’unica attrice, insieme ai pupazzi vestiti di rosso che ancora pendono dalle finestre. Che da settimane si arrampicano lenti, senza mai arrivare, senza poter scavalcare i davanzali, lasciati soli, fuori, a osservare.
Sbuco nella via principale. Da piccola la percorrevo ogni giorno a piedi, diretta alla stazione. Stringevo la mano del nonno, assorta nel ritmo dei passi, inseguivamo da un marciapiedi all’altro l’ombra o il sole a seconda delle stagioni. Le piazze attraversate erano tutte diverse e tutte uguali: a destra, lontano, sempre la collina e il lungofiume, a sinistra la grande schiena di un ponte che superava la ferrovia. Li amavo, i ponti, come lunghi, possenti animali acquattati, ossatura di ferro-cemento sospesa tra palazzi ottocenteschi e i sogni modernisti delle fabbriche. La strada ferrata, il Museo dell’automobile, il quartiere fittizio dell’esposizione del 1961… Una promessa di futuro che già allora sentivo intrisa di malinconia. Oggi la grande via scivola discreta di fronte a banche e concessionarie d’auto straniere, che non sono più quelle del sogno produttivo dei miei nonni.
Svolto in una viuzza, sospinta da un’ansia che avevo dimenticato.
Marciapiedi fiancheggiati dalle auto parcheggiate, bidoni di rifiuti, il giallo intermittente di un semaforo lontano. Nessuno. Nella via accanto un motore potente ronfa su note basse, che solo il mio stomaco può udire. Svolto ancora.
Nero, il massiccio furgone dalla sagoma sconosciuta, basso e piegato sulla ginocchia metalliche, acquattato nel buio, pronto a scattare.
Mi avvicino cauta, chiedendomi perché sono lì. Il portello posteriore scorre senza rumore, forme tozze e scure balzano a terra, le schiene piegate, come creature deformi. Attraversano isole di luce, grossi sacchi pendono vuoti sulle spalle, i piedi volano negli stivaletti, la corta pelliccetta che borda le giacche riflette il chiarore, le mani guantate reggono ostinate lunghe corde bianche.
La portiera del furgone si spalanca, dalla cabina scende qualcuno avvolto in uno spolverino fuori misura. È troppo alto per essere una bambino, troppo basso per essere un adulto. Muove pochi passi curvo in avanti, in punta di piedi, li incita latrando. Le creature con i sacchi scompaiono a lunghi salti in fondo alla via. Un’auto li illumina e subito li cancella.
Non c’è più nessuno. Non sono mai stata qui.
Mi avvicino di più, costeggiando il muro di un palazzo. Ora il furgone è opaco, anonimo e ammaccato qua e là, come centinaia di altri furgoni. Allungo una mano, lo sfioro. Il motore dorme, il cofano è freddo da ore, la cabina è vuota.
Quando lentamente giungo in fondo alla strada tutto è tranquillo, le luci della città spiovono sulle auto, sui bidoni della raccolta differenziata, sulla vecchia croma dalle gomme a terra abbandonata almeno due settimane fa. Ora so dove sono. Rovescio il capo all’indietro, fisso il cielo stellato, lo sguardo scivola sull’edificio alla mia sinistra.
Una piccola cordata di cinque minuscoli babbi natale pencola nel vento, lassù, al decimo piano.
Abbasso gli occhi, fisso il selciato, resisto alla tentazione di spiare il furgone dietro di me. Di guardare ancora in alto. Per non tornare sui miei passi percorro vie interminabili.

Il portone del palazzo si chiude reciso alle mie spalle. Ma questa volta sono dentro, al sicuro. Se soltanto incontrassi qualcuno, se un inquilino importuno mi rubasse l’ascensore, se fossi costretta a incrociarlo, ad augurargli quel detestabile, ipocrita «buonasera!»…
Armeggio con le chiavi, entro, chiudo a quattro mandate e comincio a tirar giù le serrande dello studio.
No, questo no. Non l’ho mai fatto, abito al sesto piano, davanti a me ho soltanto tetti bassi e palazzi lontani con finestre grandi come televisori giocattolo. Nulla può raggiungermi, nulla può arrampicarsi fin quassù.
Tranne i babbi natale.
Ma io detesto gli addobbi natalizi, niente pende mai dal mio lungo balcone, dalle mie finestre.

Mi fanno paura. Ecco, l’ho ammesso.
Bambocci festosi. Ma non c’è nulla di rassicurante in questi macabri cloni di un vecchio impiccione che penzolano come l’impiccato dei tarocchi dai muri della città. Se fossi un bambino sarei terrorizzato da quelle parodie di umanità che ci spiano, che forse aspettano il nostro sonno per entrare, da quei ladri grassi, travestiti da clown, che spuntano sorridenti oltre i davanzali, pronti a porgere la zampa. E intanto pensano a come addentarti.
No, questi sono pensieri assurdi. Ciò che davvero detesto non sono i pupazzi, ma il cattivo gusto nel quale tutti prima o poi scivoliamo e che ci spinge ad acquistare cuori di peluche zeppi di cioccolatini, pipistrelli di gomma ad ali spalancate, zucche di plastica e mazzi di babbi natali infilati in sacchi di plastica come cadaveri… Ciò che odio è il contagio puerile ed esibizionista, la fretta incurante che ce li fa preferire agli abeti da decorare con i fili d’argento, ai presepi sempre diversi, costruiti anno dopo anno con pazienza, liberando dalla carta i pastori e le pecorelle appartenute ai nonni… senza crederci, ma con rispetto. Adesso, invece, bastano due chiodini e ognuno può lanciare nel vuoto la propria cordata natalizia di mostriciattoli rossi.
E loro, i babbi natale, restano tra noi.
A feste finite, a gennaio inoltrato, continuano a penzolare dalle finestre, dalle insegne, dimenticati e sporchi, aspettando che i compratori abbiano deciso la loro sorte: issarli in casa, ammetterli a cena, riempire di salme un sacco nero? Arrotolare fune e babbetti e riporli in soffitta o in cantina, ad aspettare il prossimo Natale con la pazienza rancorosa degli oggetti inutili, contemplando il buio con gli occhi di bottone? Sganciare la corda e lasciarli precipitare, a decidere il loro destino da soli o con l’aiuto dei netturbini?
Passi affrettati sul soffitto e una porta sbattuta al piano di sopra mi fanno sussultare. Allontano la fronte dal vetro che adesso mi pare gelato, vado a farmi un ultimo caffè.
Osservo le mie mani compiere con affanno i gesti di sempre. Non posso averli visti, quel furgone acquattato, quei cosi in corsa, la strada improvvisamente vuota e la finestra lassù… E la creatura con l’impermeabile, barcollante su due zampe come un cane, che latrava nel buio.
D’impulso spengo la caffettiera elettrica, vado a infilare il cappotto, afferro chiavi e portafoglio. Torno indietro a prendere il cellulare.
Ho freddo e sono nervosa, non desidero andare a controllare. Troppo stupido uscire ancora nella via deserta, cercare la viuzza del furgone, sperando di trovarlo freddo e buio. Di non trovarlo affatto. Temendo che si sia spostato per trasportare un altro carico di piccole spie obese e intraprendenti. Domani. Basterebbe attendere domani e andare al lavoro qualche minuto prima, giusto il tempo di passare laggiù a dare un’occhiata sapendo di trovare tutto come al solito. Un anonimo furgone nero, un mazzo di babbi natali appesi al decimo piano.
Vorrei essere ancora bambina e correre dal nonno a raccontare questa fantasia idiota.

Fuori qualcosa è cambiato. La sera è scivolata nella notte, la falce di luna è coperta dalle nubi, È molto tardi e le luci del campanile sono state spente, i lampioni sono semplici globi luminosi. Forse la temperatura sta finalmente scendendo, come si augurava in TV l’esperto del meteo.
Faccio il giro più lungo, mi ripeto che non ha senso essere qui, mi illudo che ogni via sia quella giusta, e che non ci siano furgoni né creature deformi né…
Era qui, ne sono sicura, era qui. Ma non c’è più. Quindi mi ero sbagliata. Quindi è andato via, a scaricare altri… Quindi non c’era nulla.
Quindi semplicemente rientrare, piantarla con queste fantasie morbose. Andare a letto dopo una tisana calmante. Sfogliare un buon libro e scivolare nel sonno.
Quindi lassù… Erano cinque, lo ricordo benissimo. E sono quattro.
No, quattro! Prima il muro era pieno di ombre e ora la luna, liberata dalla nubi sfolgora chiarissima. Mi sono sbagliata. Prima. Erano quattro.
Ma la finestra, prima, aveva le tende accostate.
E adesso qualcuno, insonne le avrà aperte per guardare la notte… Per accogliere i visitatori. Per…
Corro via addossata al marciapiede, sforzandomi di rendere i miei passi silenziosi, di non farmi scoprire. Il ronfare del grosso motore è sempre più vicino. Dietro di me un latrato e uno scalpiccio di piedi goffi e scalzi. Come quelli di un cane.

La giornata sembra eterna, troppe ore mi separano da una cena alla buona e un lungo sonno. Mentre scorro pratiche, controllo procedure e annoto particolari di cui discutere con i clienti, gli occhi si chiudono inesorabili. Le tempie pulsano, i caratteri sullo schermo si confondono, il puntatore del mouse salta qua e là al tocco delle mie dita maldestre.
Questa sera non metterò il naso fuori di casa. Ho disdetto anche l’appuntamento per il cinema, accampando scuse poco convincenti con Marco, Elena e Vittorio. Non mi affaccerò alle finestre, non mi farò domande. Resterò con lo sguardo e la mente incollati al film più stupido che riuscirò a scovare, e finito quello ne troverò un altro, aspettando che il sonnifero prescritto dal medico per le emergenze faccia il suo effetto.

È lì sotto. Lo so, sento il suo ansare roco anche da quassù. Il suo e quello del suo furgone, e i passi felpati dei così vestiti di rosso. Lo sfregare delle loro funi bianche sul muro del palazzo.
Mi riscuoto tremante, con la mano intorpidita afferro al volo il telecomando prima che atterri sul pavimento. Addormentarmi davanti al televisore era il minimo che potesse capitarmi. Ho freddo, la temperatura in casa sembra bruscamente scesa. Più del solito, anche considerando l’ora tarda, mi pare. L’unico rimedio è indossare un maglione e bere qualcosa di caldo. compiere gesti banali, pensare pensieri normali, senza pretese, impedire all’impossibile di irrompere ancora dentro di me. Così mi alzo, indosso la mia vestaglia più pesante e riempio la tisaniera di acqua bollente e intanto, dalla minuscola finestra del cucinino, osservo con simulata indifferenza i palazzi lontani, i balconi vuoti e le finestre buie. Dalle quali pendono ancora quei… quegli stupidi addobbi natalizi di cattivo gusto.
Poi porto la tazza di tisana bollente addolcita con un po’ di miele nello studio, mi siedo alla scrivania, proprio davanti alla grande porta-finestra. Da qui sorveglio i tetti e il cielo scuro. Ma non la via. Quella posso tenerla d’occhio soltanto dal balcone. E devo uscire. Ma non voglio. Così resto chiusa in casa, ad ascoltare il respiro roco del furgone, a immaginarlo acquattato come un predatore metallico, pronto a balzare, a prendermi, dopo aver partorito grossi topi vestiti di bianco e di rosso. Che stringono lunghe funi con le mani guantate.

Non era una sogno.
Ho appena guardato, affacciandomi con cautela dall’angolo più lontano del lungo balcone che amo tanto. Acquattata nell’ombra del muretto che lo divide dal balcone del vicino. E mi sono sporta, il meno possibile, per guardare in basso. E l’ho visto, là in basso, il tetto oscuro e luccicante, raccolto su se stesso molleggia sulle grandi ruote dai cerchioni neri. Mi aspetta. E loro, i piccoli ladri, guadagnano terreno centimetro dopo centimetro, le funi bianche pendono sotto di loro e in alto non sono ancorate a nulla. Strisciano come mosche sul palazzo verticale, senza fatica. Come gechi, come il conte Dracula.
Non posso più aspettare, ma non posso nemmeno spalancare la porta e scendere, il Cane è là sotto ad aspettarmi.
Rientro di corsa, mi chiudo patetica i vetri alle spalle, Spengo le luci, scappo in camera da letto e batto terrorizzata contro al parete che mi separa dai vicini, grido senza emettere suoni. Dovrei correre a tirare giù la grande serranda, sigillare la camera. Invece mi faccio più piccola che posso e striscio sotto il letto.

Nessun rumore nello studio. Il silenzio riempie lo spazio, si rapprende, si addensa. La luce della logica si affievolisce. Oltre il vetro smerigliato, il buio si appropria della stanza. Poi, fuori, piccoli tacchi percuotono le piastrelle di cotto. Mi appiattisco contro il pavimento. Gli occhi corrono dalla porta alla vetrata.
Sono entrati.
Il balcone troppo lungo, troppo esposto, che adesso maledico con tutta me stessa, è vuoto. Poi la porta diventa brillante, i contorni sfumano, il vetro cola liquefatto. L’oscurità penetra nella stanza, lenta come fumo, inghiotte con le sue fauci vuote le luci fievoli della città, infila le dita senza forma oltre i bordi del piumone, mi lambisce le caviglie mi trascina senza rumore e senza violenza fuori dal mio nascondiglio. Non mi ritraggo, non collaboro, mi abbandono alla stretta gelata.
Loro mi circondano senza fretta, li guardo impotente attraverso le palpebre chiuse.
Dieci minuscoli occhi di bottone mi esaminano dall’alto, mi osservano curiosi e indifferenti. L’aria è attraversata da una rete vibrante di pensieri che non hanno bisogno di parole. Loro, tutti insieme, si sfilano i guantini bianchi, allungano la destra, mi sfiorano cauti e la ritraggono, come bambini timorosi. Poi, presa confidenza, mi esplorano spassionati, infilano le loro zampette sfacciate fra i capelli, sotto il maglione, nella cintura. Le piccole dita fredde si fanno insistenti, fievoli squittii accompagnano i loro gesti. Poi, tutti insieme, si leccano le labbra violacee, baffi e barba di ovatta tremano di eccitazione, le piccole lingue, rosse e calde come quelle di cuccioli affamati, assaggiano la mia pelle. Le bocche si spalancano allegre, i denti forano impietosi l’oscurità, cento piccole unghie affilate mi graffiano con furia. Ora gli squittii lacerano il buio e tagliano le mie orecchie come bisturi. Parlano, parlano, e chiedono indiscreti, invadenti, senza lasciarmi rispondere. Senza lasciarmi capire. Balbetto frasi senza significato, prego e mi nego con cento no affannosi che non servono a nulla.
Lui, là sotto, latra imperioso.

È il freddo a svegliarmi, il corpo geme irrigidito sul pavimento gelato.
02.12. Le cifre della radiosveglia brillano rosse e irraggiungibili. Le tempie pulsano, le articolazioni rifiutano di funzionare. Per un attimo penso terrorizzata a tutto ciò che potrebbe essermi accaduto. Un ictus. Un danno cerebrale. Un infarto. Una crisi epilettica. Un femore rotto, l’eventualità meno grave, quella che mi auguro. Immagini confuse e prive di senso scorrono nella mente, peggiori di tutte le possibilità contemplate. Una risata isterica mi scuote all’improvviso, le ossa scattano come i tasti di un vecchio vibrafono. Posso muovermi! Rotolo su me stessa, mi accuccio sulle ginocchia in attesa di trovare la forza di mettermi in piedi.
Ascolto.
Nessun rumore, la casa è vuota.
Stringo le mani senza difficoltà, il cuore batte regolare, muovo le dita dei piedi, sento le mani che esplorano frenetiche arti, tronco, testa. Nessuna ferita. nessun danno permanente.
Ho sognato. Non è successo nulla. Nulla può raggiungermi quassù. Sono sempre stata al sicuro.
Un’altra risata mi scuote come una bambola di stracci. Non è accaduto nulla. Sono semplicemente impazzita.
La porta della camera è lì, davanti a me, solida, prosaica. La luce della lampada entra soffusa e calda attraverso il vetro smerigliato.
Semplicemente impazzita. Per un po’. Qualche ora, a giudicare dalle cifre rosse della radiosveglia. Poi mi sono addormentata sul pavimento. E ho sognato. Un pessimo sogno.
Un sogno.
Tra poco, quando mi sentirò abbastanza forte, quando avrò cominciato a dimenticare, mi trascinerò in bagno a liberare lo stomaco e la vescica. Stupido corpo che non sa contenersi nemmeno quando la mente scivola via.
"Donna Alla Finestra", E. Gioacchini, 1973
Mi guarderò allo specchio, sperando fino all’ultimo di scorgere la mia solita faccia, soltanto più pesta, più spaventata. Di constare che le mie braccia non hanno lividi, le gambe e i fianchi sono lisci e senza graffi. Che sono semplicemente impazzita. Che è stato il gelo di questa notte invernale a trafiggermi con mille aghi e non cinque minuscole chiostre di denti.
No, non vedrò altro che il mio viso bianco come il gesso e i miei occhi spiritati. Occhi da pazza, occhi vuoti da decerebrata.

Dopo il tentativo di furto e la denuncia contro ignoti avrei potuto chiedere qualche giorno di ferie in ufficio. Il maresciallo che è venuto a raccogliere la denuncia me l’ha consigliato: «Si prenda qualche giorno, signora. Per rimettersi dallo spavento. Poi, se vorrà confermare la denuncia, è sufficiente che passi a firmare la deposizione». E ha sorriso cortese, scettico.
Ma la casa, questa mattina, mi sembrava troppo vuota. Le vite dei vicini, di solito così rumorose e invadenti, oggi erano lontane, rarefatte. Estranei, ecco che cosa siamo. Troppo diversi per comprenderci, perfino nella nostra ordinaria banalità. Incapaci di vederci davvero, di sopportarci.
Potrei crepare dietro la mia porta ben chiusa, e loro dietro le loro, protette da due o tre serrature…
Meglio andare in ufficio.
Ho freddo, le articolazioni mi dolgono, la pelle arrossata sfrega dolorosamente contro gli abiti pesanti. Sbatto le palpebre come un vecchio barbagianni, la luce fredda del mattino mi ferisce gli occhi dietro le lenti scure. Percorro a passi misurati le vie che conosco da sempre, a ogni angolo mi obbligo ad alzare lo sguardo sulle facciate dei palazzi.
Vuote. Se ne sono andati. Non ne è rimasto nessuno.
Lui li ha caricati nel furgone e, via dopo via, se li è portati via tutti.