mercoledì 21 luglio 2010

2. SISTEMATICA DEL Dialogus dialogus

Aprite un po’ di libri (o magari sfogliate un po’ di vostri scritti) e cerchiamo di suddividere i dialoghi in categorie. Per cominciare potremmo ipotizzarne tre, tenendo però conto che qualunque suddivisione ammette tutte le possibili varietà intermedie o gradazioni (mai visto due piccioni esattamente uguali?)




1.Dialogo strumentale o informante.
2.Dialogo personale o formante.
3.Dialogo teatrale /sceneggiatura


Per quanto riguarda le prime due categorie, la distinzione viene data in rapporto alla funzione del dialogo nel testo. Informante adempie principalmente alla funzione di avvisare, informare il lettore di eventi avvenuti fuori scena. Non è un dialogo secondo la definizione iniziale del dizionario di retorica, ma una forma narrativa dove i personaggi hanno sostituito il narratore onnisciente nel mettere al corrente il lettore di fatti essenziali alla lettura. La versione più pedestre del dialogo informante è quella adottata da molti autori di fantascienza tecnologica degli anni Quaranta:


– come certo lei ricorderà, professor Heinechen, – intervenne Johnny Karlsberg – il disassemblatore ellissocardanico è stato inventato nel 2030 per sconfiggere i perfidi Bau-Uau. Funziona sul principio della disaggregazione molecolare inducibile in un campo ellittico attraverso un cannone energetico montato su un giunto cardanico…


Il prof. Heinechen sa benissimo che cosa sia il disassemblatore ellissocardanico, quando sia stato inventato e come funzioni (anzi, se avesse un po’ di autonomia invece di essere un personaggio manichino, saprebbe anche che il pistolotto di Johnny Karlsberg è assurdo). Ma il lettore, beota e ignorante, deve essere dettagliatamente informato sulla potente arma.

Oggi, grazie al dio protettore dei lettori, questo genere di dialogo non si usa più (o no?).

Ma sono utili dialoghi come il seguente:


– Ci siamo, è cominciata. – Annuncia Rob entrando a precipizio nello studiolo di Magda. – La gente non ne può davvero più. Si sta radunando davanti ai supermercati e ai centri commerciali, proprio come prevedeva Enrico, l’altra sera.
– Anche l’altro mese, dopo l’ennesimo aumento ella benzina, facevano casino, – Magda continua a decorare la borsa di cuoio commissionata dalla signora Biamonti, – ma poi hanno ingoiato tutto, come al solito.
– Sì, ma questa volta è diverso. Al SMS di largo Savoia hanno sfondato i tornelli e razziato gli scaffali.
– Gesto isolato di pochi facinorosi – Magda sorride storto e imita alla perfezione il tono saccente dello spaccianotizie della Mediamed.
– No, è proprio cominciata. Sono disordini di piazza, non gesti isolati, non è escluso che facciano intervenire l’esercito.
– E chi lo dice che è cominciata?
– Mah. – Nel tono allarmato di Rob s'infila una sottile soddisfazione. – I tuoi occhi, per esempio… – Indica la finestra con un cenno discreto della mano.
Magda si alza di scatto, raggiunge la finestra, scosta la veneziana. Il primo blindato lince svolta dal viale e subito viene circondato da decine di persone a svolto scoperto. Per un attimo tutto tace, come congelato nel tempo, poi parte la prima molotov.


Scegliendo la parte del narratore onnisciente potevo evitarmi il dialogo, naturalmente:


Nel primo pomeriggio la folla si radunò, ben decisa a sfondare le saracinesche del Mall. Impazienti e rabbiosi, non riuscendo a spuntarla contro le chiusure di sicurezza, percorsero il grande viale urlando slogan, poi si sparsero nelle vie intorno, giungendo proprio sotto il laboratorio di Magda. Era gente comune, impiegati, pensionati, piccoli esercenti condannati alla chiusura dalla crisi. La collera per l’ingiustizia patita li sorreggeva: non indietreggiarono nemmeno di fronte al blindato lince inviato in segno di avvertimento su richiesta del sindaco.


Ma salta subito all’occhio (e all’orecchio) che la descrizione è noiosa e ideologica, mentre il dialogo crea una tensione crescente, fa avvenire le cose in diretta.


La terza categoria è largamente spuria e qui vuole indicare i dialoghi nei quali gli incisi non svelano il pensiero dei personaggi ma i loro gesti e atteggiamenti e quindi potrebbero essere sostituiti con istruzioni di scena (cammina avanti e indietro - si torce le mani - continua a giocare con la sigaretta spenta - abbraccia l’amico sorreggendolo…).
Il teatro è essenzialmente formante e solo episodicamente informante. In questo caso la categoria si applica alla forma-dialogo piuttosto che al suo significato nel testo.


Ma è la seconda categoria a rappresentare il dialogo per eccellenza, quello in cui due personaggi, mossi da scopi diversi, comunicano influenzandosi vicendevolmente. Al termine del dialogo formante si dovrebbe poter affermare che i due hanno maturato una visione del mondo leggermente diversa da quella che avevano all’inizio. Parlando i due personaggi si svelano all’altro e a se stessi (e a chi legge). Proprio come accade nella vita reale, può accadere loro di scoprire il proprio pensiero parlando. Il dialogo formante permette di definire appieno i loro caratteri; non solo, costituisce una forma di azione e mette il lettore di fronte alla possibilità di schierarsi (con uno dei due) o di maturare sua volta un punto di vista ibrido.

Ricordo che, nel corso di una concitata assemblea studentesca al liceo, una coraggiosa e coerente (ora lo posso riconoscere) docente di filosofia affermò: «noi dialoghiamo per scoprire la verità». Allora mi sembrò la tipica sparata di un docente conformista. Mi sbagliavo. Quella frase mi ha guidato e insegnato la pazienza tante volte, mentre discutevo con mia figlia o con i miei studenti. E spesso mi torna in mente mentre scrivo e rileggo. Quello è il momento di diventare impietosi: o il dialogo che ho scritto è puramente informante o deve lasciare i personaggi (e me) un po’ diversi rispetto all’inizio.
Oppure è inutile, serve solo a riempire una pagina. Meglio cancellarlo.

Al di là delle categorie di comodo, spesso i dialoghi efficaci si pongono a cavallo delle tre categorie: informanti ma al contempo formanti, descrittivi della psicologia dei dialoganti e ricchi di azione e di movimento.

lunedì 5 luglio 2010

1 - Chi parla con chi?



Secondo il sociologo Goffman qualunque conversazione ha un’intrinseca possibilità di fallimento, ovvero può mancare di efficacia comunicativa. Le parole, quindi, devono essere scelte con estrema attenzione.
Ma noi non disponiamo soltanto delle parole.
Innanzitutto, in numerose occasioni le parole possono essere sostituite da altri segni (strizzatina d’occhi, cinque dita alzate, V di vittoria…) altrettanto efficaci.
Secondariamente, oltre alle parole e ai segni convenzionali, numerosi altri elementi (la mimica, le interiezioni, le citazioni, i sorrisi, i dinieghi e i cenni d’assenso) costituiscono l’ossatura del dialogo. Siamo talmente abituati a usarli (noi primati siamo soprattutto animali visivi) da ricorrere continuamente, negli sms e nelle e-mail a quelle pallide imitazioni che sono le emoticon.
N.B. questi elementi essenziali alla comunicazione costituiscono una parte rilevante dei cosiddetti incisi del dialogo narrativo (ma va’! – Agata accompagnò l’invito con una linguaccia.)
Ma qual è il ruolo narrativo del dialogo?
Tralasciando quello che chiamerò per ora il «dialogo di servizio», quello utile solo a tratteggiare gesti e comportamenti («passami il martello», «Toh»), il dialogo costituisce una forma altamente raffinata della narrazione, nella quale due o più personaggi utilizzano «una forma appropriata a esprimere sentimenti diversi e a discutere idee opposte». (aa vv dizionario di retorica e stilistica , UTET)
Semplificando al massimo, potremmo attenerci alla prima parte della definizione, lasciando la seconda a un uso più filosofico. Ma questo non è del tutto vero: pensiamo alla scena clou di un romanzo nel quale sia trattato un tema come la segregazione razziale. Il dialogo/confronto di idee, organizzate in ideologie, può costituire l’acme della vicenda e contemporaneamente svelare tantissimo dei vari personaggi; un dialogo del genere costituisce un elemento imprescindibile sia della descrizione sia dell’intreccio.
Ovviamente una simile scelta narrativa rischia di essere volta a convincere senza suscitare la reale partecipazione del lettore.
Trascuriamo il polpettone eroico/politico, almeno nella sua variante più ideologica e fermiamoci alla prima parte della definizione, quella sottolineata.
Il pregio delle definizioni ben riuscite è quello di essere vaghe nella giusta misura. Indiscutibilmente in un romanzo (e in buon parte dei racconti) i «sentimenti diversi» sono la base di una narrazione efficace e coinvolgente. Questo genere di confronto si chiama dialettica, almeno per chi non ha riposto Marx (e suo papà Hegel) in soffitta… Io ci sono ancora affezionata.
Comunque: punti di vista contrastanti da cui discendono condotte divergenti, sono la base di tutto. Provate a scrivere un romanzo in cui tutti pensano allo stesso modo e compiono scelte identiche!
Forse sarebbe un tentativo interessante dal punto di vista sperimentale, o forse potrebbe reggere in un romanzo distopico… Ma in questo caso, la narrazione dovrebbe presupporre un qualche forma di dissidenza/ resistenza/zona oscura… Altrimenti perché scrivere una storia? Una distopia a cui nessuno, nemmeno un solo personaggio, vuole opporsi non è raccontabile.
A questo punto mi sembra sufficientemente assodato che:
1 – Un dialogo efficace si avvale di segnali anche non strettamente verbali che, non facendo teatro, devono essere resi (o sottintesi, o evocati, o suggeriti) nel corso del testo.
2 – Un dialogo efficace è fatto di forme sottostanti (ringrazio ancora Goffman), ovvero di parole non dette («Che ore sono?» – «[Sono] Le undici» e di interiezioni («Che ore sono?» – «Cribbio! [Sono] Le undici!»)
3- Un dialogo efficace si basa sulla difformità di percezione reale o apparente. Il dialogo è il tentativo di giungere a una posizione comune, o in alternativa, a definire un’insanabile difformità.
Soffermiamoci un attimo sul punto 2.
Pirandello è uno degli autori italiani che ha fatto un uso più accorto e abbondanti di interiezioni volte a evocare, per quanto possibile, il linguaggio parlato. Attenzione: evocarlo, non ricalcarlo. Enrico Testa (Lo stile semplice, Einaudi 1996) cita da Il fu Mattia Pascal:
«Ecco, ecco qua! Guardi! Guarda! Vedi! Sa. Sai? Va’ là! Veramente. Dunque. Va bene ! Non so… Un po’…»
E Pirandello doveva avere ben chiari i confini di genere tra narrazione e teatro…
La lettura di Pirandello pone un grosso – grossissimo – problema. Quanto deve essere «naturale» un dialogo? Ovvero, quanto è possibile rendere alla perfezione il dialogo mattutino tra la portinaia Luisella e la signora del quarto piano che porta a spasso il cane?
Di sicuro le parole pronunciate non sono sufficienti. Probabilmente occorre utilizzare soltanto alcuni elementi, ignorare nel testo le forme sottostanti (« [Ma quanto] sei bello? – chiese Luisella al cagnolino…» , rendere la mimica attraverso gli incisi e amministrare con attendo dosaggio le interiezioni. Probabilmente occorre essere un grande scrittore…
Perec in tentativo di esaurire un luogo parigino ha consapevolmente eliminato il filtro del narratore (riproponendolo a un diverso livello, ma questo è un altro discorso…) per raccontare e descrivere TUTTO ciò che vedeva. E il Nicholson Baker, già citato da Max nel suo manuale, ha fatto più o meno la medesima cosa, descrivendo TUTTO, ma proprio TUTTO ciò che passa per la testa di un personaggio che non sta facendo nulla di memorabile.
Per quanto mi riguarda si tratta di due grandiosi, affascinanti (e tenacemente perseguiti) fiaschi narrativi.
Cambiamo argomento (apparentemente).
I silenzi.
Un dialogo è fatto di silenzi più o meno lunghi, intervallati da parole.
Anche la musica è fatta di silenzi e quindi di attese. Nei dialoghi vi sono attese. Non soltanto: certi gesti denotano stati d’animo ansiosi in rapporto a «che cosa risponderò» e a «che cosa mi risponderà». Questi stati d’animo spesso vengono illustrati direttamente: «Era nervoso mentre attendeva la risposta di XY», oppure di esitazioni: «…» (ad esempio con i trenini di puntini che tanto piacciono a Baricco e imitatori).
Naturalmente gli autori non sono tutti uguali: Cormac McCarthy risolve le attese e i silenzi in descrizioni della natura circostante, facendone uno specchio dell’ansia, della perplessità, della sofferenza del personaggio.
Insomma, un dialogo può (deve) essere arricchito da numerosi elementi descrittivi, grafici ecc. Silenzi, attese, incongruenze, ritardi di comprensione, equivoci sono elementi cruciali. Aggiungiamoli quindi come punto
4 – Un dialogo efficace è fatto anche di «vuoti»: silenzi, ritardi, esitazioni.
Silenzio e suoni, inutile dirlo, formano una struttura musicale.
Qual è la musicalità del vostro (nostro) dialogo?
La narrativa non è mera vita vissuta, ma simulacro, mimesi e non copia; è quadro, acquerello, bozzetto, graffito e non istantanea. Deve possedere una forma (nascosta ma avvertibile) scandita, una musicalità percepibile. Provate ad ascoltare un dialogo in una lingua che non comprendete… Lasciatevi attraversare dai suoni e dalle pause: dopo un po’ avrete la sensazione di strutture che si ripetono, di silenzi e di pause altamente strutturate, di un procedere regolare e «narrativo». E pensate a come imitatori e comici fingono di parlare lingue diverse.
Questo andamento deve essere riprodotto anche nella narrazione e nel dialogo.
Ma non bisogna accontentarsi di riproporre un ritmo elementare e prevedibile.
Facciamo un esempio (B = battuta; I = inciso; P = pensiero)
B1 – Non riesco a ricordarmi di comprare lo scottex
B2 – nemmeno io. Mi ricordo tante cose ma lo scottex… I1 Lubna si passò le dita tra i capelli verdi e sospirò. P1 Non è l’unica cosa che non riesco a ricordare.
B3 – Anche gli assorbenti, anche quelli. – I2 Aggiunse Tammy.
B4 – Io non ne ho bisogno, lo sai, sono un’androide. – I3 Le ricordò Lubna P2 Non si ricorda mai di un cazzo, quest’idiota.
Schematizzando: B-B-I-P-B-I-B-I-P
Possiamo andare avanti così per mezza pagina. Poi basta mezza pagina di D (descrizione) e il compitino è fatto. Ma è brutto.
Che cosa c’è che non va?
Apparentemente nulla. C’è tutto quello che serve e in misura ragionevole. A me, tuttavia, e a molti lettori, la ragionevolezza non piace. Perché spesso confina con la prevedibilità. Oltre a questo, musicalmente parlando, il brano fa schifo. Suona ovvio: tran-tran. Niente musica
Dopo dieci pagine il lettore sa già dove finiranno le virgole, gli incisi, le smorfie e i pensieri. A forza di BIP, DIB e PIP non si va da nessun parte. Non esistono schemini nella buona narrativa.
Compitino: rileggiamo i nostri dialoghi e proviamo a riscriverli dove c’è una sovrabbondanza di BIP-BIP.
E aggiungiamo un punto al nostro elenco:
5 – Un dialogo efficace ha bisogno di un ritmo percepibile a chi legge (soprattutto se legge ad alta voce).
Diciamo una mescolata a tutti gli ingredienti e contempliamo il nostro dialogo fatto di parole, esitazioni, interiezioni, segnali non verbali, silenzi, ritmi e personaggi che, sia pure sottilmente, non condividono il medesimo punto di vista sul mondo…
Lubna e Tammy sono un ottimo esempio di questa sottile discrepanza, una delle due è un’androide, come percepirà il mondo, quali matrici di pensiero avrà?
Provate ad arricchire dialogo e personaggi con ulteriori elementi (riflessioni, descrizioni, allusioni, contraddizioni), rileggete ad alta voce e ascoltate
Che ve ne pare?
Niente male. È un dialogo da scrittori. Magari non grandi scrittori, ma discreti mestieranti che si leggono con piacere sì.
Ma non è finita.
Tutto quanto va moltiplicato per il numero di personaggi che inserite nel dialogo. Ognuno ha un proprio modo di parlare, di interrompere e di interrompersi, di esitare, di smorzare o indurre l’aggressività degli interlocutori. Ognuno possiede gesti caratteristici, tic, interiezioni personali (Giudabacco! Sarà efficace soltanto se… Porca paletta! Si dovrebbe…). Evitate quelli più ovvi (Nella misura in cui…, Assolutamente! Ho una problematica…), anche se, ormai, purtroppo molta gente parla davvero così. Sulla pagina scritta, funzionerebbero soltanto come parodia, ma temo che anche i comici più sgalfi li abbiano già consumati tutti.
Mettete insieme personaggi e peculiarità e siate lievi: evocate, insomma, le personalità con pochi tratti: parole e gesti essenziali, quelli giusti; è qui che il dialogo acchiappa davvero la vita per la coda.
Matematicamente parlando, per definire il numero P di possibilità di dialogo nell’ambito di un romanzo dovremmo ricorrere al calcolo fattoriale, giungendo presto a numeri stratosferici:
P = n1 x n2 x n3 x n4 x n5 x Z x Y
Dove i numeri da 1 a 5 = ingredienti del dialogo, n = numero di possibilità in rapporto a ciascuno dei punti, Z = numero di personaggi e Y = numero delle loro presenza nel corso del romanzo.
Un PC proverebbe tutte le combinazioni…
Ma noi siamo infinitamente meglio di un PC, noi siamo umani e soprattutto siamo lettori. E sappiamo (o possiamo imparare a farlo) riconoscere le combinazioni efficaci dalle semplici possibilità matematiche.
Seguite la forza!


Ricettario per scrittori


Ho letto pochi manuali di scrittura creativa veramente utili ma quei pochi sono stati preziosi. Erano stati scritti da grandi scrittori ed erano sia frutto di esperienze personali di scrittura, sia ricordo di grandi maestri che sapevano insegnare il mestiere. Ne ricordo due in particolare: quello di John Gardner (Il mestiere dello scrittore, Marietti, purtroppo introvabile) e quello di Raymond Carver (Il mestiere di scrivere, Einaudi, in catalogo). Vedi caso Raymond Carver era stato allievo di Gardner…
Altri manuali non sono stati memorabili ma mi hanno offerto qualche spunto discreto. Altri non valevano più della carta su cui erano stampati.
Parlando di narrativa, penso che esistano ricette per scrivere correttamente, ma non per scrivere bene. Probabilmente non esiste una scrittura "buona", anche se la maggior parte dei lettori sa riconoscere una pagina ben scritta. Esiste però la scrittura adeguata, capace di toccare profondamente il lettore e, contemporaneamente, tanto discreta da non farsi quasi notare. Come dice Max: una scrittura che dica abbastanza senza dire troppo.
Lo so, è chiedere tanto. Per chi scrive è un obiettivo molto ambizioso, ma perché accontentarsi di meno? Nessuno ci costringe a scrivere, se scrivere è importante cerchiamo di farlo al meglio delle nostre possibilità.
Chi scrive prima o poi affronta ogni genere di sfida: descrivere in maniera efficace luoghi mai visti (e forse inesistenti), come rendere al meglio la stronzaggine di un personaggio senza farne una macchietta… Alcune sfide, diverse per ognuno di noi, si presentano più spesso di altre.
Uno dei miei «problemi» sono i dialoghi.
È incredibile quanto sia difficile far incontrare due persone sulla carta senza che tutto suoni artificioso, pianificato a tavolino, noioso: scrivo per un'ora, rileggo e i gesti risultano improbabili e goffi, le frasi solenni, le parole sbagliate. E il tutto si svolge in un universo privo di sensazioni: niente colori, profumi, rumori. Orrore.
Così, per anni, ho studiato il problema, discusso ferocemente con chiunque mi venisse a tiro (Max per primo, naturalmente), ho preso appunti su quanto veniva detto nei gloriosi giorni del Koro. Ho archiviato un po' di paginette e, nonostante il mio disordine, le ho conservate e ritrovate. Voilà:
Ricettario per scrittori a puntate.