martedì 22 luglio 2008

I limiti della visione: secondo racconto

Il nuovo brano inserito nello spazio I limiti della visione è La piccolina, un breve racconto già pubblicato sul primo numero di Fata Morgana, nel 1997. È passato molto tempo da allora e, mentre ricordo con chiarezza le immagini "viste" scrivendolo, non saprei più dire da quale spunto fossi partita.
Forse stavo ancora inseguendo un gioco di specchi con il quale terminava un mio racconto precedente (poi diventato Bambola carboncino, per Alia 2), ma nell'insieme La piccolina è figlio del mio bisogno di guardare il mondo con occhi molto diversi dai miei.

Da allora sono trascorsi quasi undici anni e un paio di esperienze familiari molto coinvolgenti. Adesso non credo che potrei affrontare il medesimo tema nello stesso modo, molto diretto, di allora.

mercoledì 16 luglio 2008

Cortigiani di un premier provinciale


In un editoriale stranamente rivelatore, Vittorio Feltri, direttore di “Libero”, ha scritto: «Silvio non aver paura, anche il duce ci dava con le donne, abbiamo bisogno di un premier, non di un frate».
Cito da Repubblica, 14 luglio 2008,
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/14/ossessione-di-luigi-xiv.032l.html
Lascio ad Alexander Stille, autore del ben argomentato articolo L’ossessione di Luigi XIV, l’esame di quel fenomeno socio-politico tipicamente italiano che si chiama Berlusconi.
Mi limito, qui, a due commenti:
il primo riguarda la felicissima frase di Vittorio Feltri. Sulla seconda affermazione chiunque concorderebbe: l’Italia ha bisogno di un premier, infatti non ce l’ha, mentre di frati è abbastanza ben fornita, anche in tempi di crisi di vocazione.
Anche sulla prima parte, probabilmente si potrebbe concordare, per quanto per l’Italia del 2008 può risultare alquanto ininfluente che il duce ci desse o meno ai tempi suoi. Nascono però un paio di interrogativi: basta che un tizio ci dia con le donne per farne, non dico un premier, anche semplicemente un soggetto politico? Sicuramente basta a farne un “oggetto” politico, ovvero degno di essere studiato come fenomeno di costume, qualora ci dia, o pretenda di farlo, anche soltanto verbalmente, nell’esercizio delle proprie funzioni, come indica l’articolo di Stille.
Il secondo interrogativo, invece, riguarda Feltri. A che cosa serve, Vittorio Feltri? Servirà mica a dimostrare che in Italia esiste una stampa libera?
In realtà, l’articolo di Stille merita di essere letto anche perché dice molto su argomenti molto dibattuti sul blog di Massimo Citi in questi giorni; cito ancora:
“Ma è segno della profonda mediocrità e del provincialismo dell’Italia di Berlusconi in cui grazie a una stampa ampiamente controllata e accomodante (…) la maggior parte degli italiani vive nell’illusione che Berlusconi goda di un casto rispetto oltreoceano, quando invece è considerato pressoché universalmente un buffone”.
Già. Perché gli italiani, fanalini di coda europei nell’acquisto di libri, leggono anche pochissimo i quotidiani, accontentandosi di sfogliare, quando va bene, qualche giornale sportivo o distribuito gratuitamente. A confronto con la popolazione totale del Paese, saranno molto poche le persone che hanno letto l’articolo di Stille; il numero di italiani che si serve del web per consultare più di un quotidiano o leggere la stampa estera dev’essere irrisorio… Dove mai, con organi di informazione come “Libero”, scopriranno di quanta considerazione gode all’estero il nostro premier?

domenica 13 luglio 2008

Prove di scrittura


Come dice un amico, di quello che si scrive non si butta mai via niente.
Infatti, rimettendo un po' d'ordine fra i miei file, ho ritrovato vecchie storie inedite o pubblicate sulla vecchia serie di LN, brani troppo brevi per essere considerati racconti che tuttavia sono parte del mio percorso di scrittura... Ho pensato di pubblicarle mano a mano nel blog nello spazio «i limiti della visione» come assaggi o come materiali di discussione. Considero la sezione una sorta di laboratorio, qualunque commento (che non sia una invettiva con maledizione) è gradito.

sabato 5 luglio 2008

Far West all'italiana

Ieri ho avuto due esperienze degne di nota.
Alle dieci del mattino, mentre andavo al lavoro, sono stata “abbordata” da un signore già in là con gli anni e molto cortese. Il signore non era il solito cascamorto, non tedierei nessuno con raccontini (noiosi) di vita vissuta.
Nossignore, il suo era un abbordaggio politico. O forse esistenziale. Quindi ho risposto, anche se non l’ho incoraggiato; quando sono riuscita sganciarmi stringevo in mano un mazzolino di domande e dubbi debitamente messi da parte.
Alle 24. 20 (lo so, erano le 0.20, ma per me era ancora ieri sera, prima di dormire e trapassare nell’oggi), ho terminato Il carro magico di Joe R. Lansdale, un romanzo iniziato come uno juvenilia, proseguito come una farsa surreale e terminato come una tragedia greca.
Duro da credere ma le due esperienze sono connesse. Comincerò da Lansdale, perché recensire un romanzo mi è più facile che recensire le persone.
Il romanzo si svolge nel 1909 in un Far West ormai decadente e meta reale, dove le gesta dei pistoleri alla Wild Bill Hickock, ormai prive di senso, diventano prima leggenda popolare e poi, rapidamente, produzione narrativa seriale per aspiranti pistoleri alfabetizzati. Idealizzati tanto da essere descritti come divinità greche i vari “eroi” da romanzetto nutrono non le fantasie sessuali di ragazzette in piena tempesta ormonale, ma la mente esaltata di giovinazzi che vorrebbero imitarli, superarli, diventare il dito più veloce del West.
Non serve, qui, raccontare la trama e le complesse relazioni umane tra Billy Bob, il divoratore di romanzetti da quattro soldi che si spaccia per figlio di Wild Bill e spara altrettanto bene e gli altri personaggi. Basta dire che racconta di Billy Bob, del suo “negro” Albert (tosto ma saggio, nipote di schiavi ed ex sergente dell’esercito degli Stati Uniti) e del diciassettenne Buster. I tre campano di spettacoli itineranti a base di esibizioni con la pistola, lotte tra pubblico e il loro scimmione e spaccio di finti elisir medicinali. Capitati un giorno in uno dei tanti villaggi, vi trovano una popolazione maschile (quella femminile non compare mai) esaltata dalle esibizioni di un altro pistolero, proprio uno degli eroi dei libercoli di Billy Bob. Inutile dire che la faccenda finirà con una serie di sparatorie.
Ciò che interessa è proprio la reazione della gente del posto, il bisogno di raccogliersi intorno non a un eroe ma a un personaggio di spettacolo, capace di calamitare costantemente l’attenzione, a un “pessimo soggetto” di cui sparlare e, nello stesso tempo da riverire. Se l’eroe locale non è più all’altezza va sostituito, il ruolo è fondamentale ma le persone sono intercambiabili.
Il ruolo dell’eroe è contraddittorio, oltre che pericoloso: Lui deve essere autoritario ma non autorevole, meglio se si dimostra un po’ misero, un po’ simile agli incensatori. La stronzaggine è assolutamente necessaria, come il razzismo verso i neri, l’incazzatura facile e immotivata, la violenza nei confronti dei deboli. Infine, l’eroe deve sempre essere in azione: una deve farne e dieci pensarne, altrimenti la noia e l’indifferenza prenderanno il sopravvento.
Seguire qualcuno molto simile a uno di noi, al vicino di casa, uno del quale invidiare la furbizia ma non stimare la condotta, non migliore di noi ma che ha il coraggio, la faccia di tolla, di compiere azioni eticamente criticabili che noi vorremmo compiere ma non facciamo per timore. Uno che si pone al di sopra della legge… Bisogno di assistere continuamente a un reality, nel quale altri più esibizionisti e “coraggiosi” o semplicemente più idioti fanno ciò si farebbe, se soltanto si osasse...
Stiamo parlando del Far West del 1909 o dell’Italia del 2008?

E l’abbordaggio? Beh, è andata più o meno così:
- Che cosa sta leggendo sul giornale? Legge dei giudici? Quelli sono dei persecutori, ha visto? Gente che vuole fare le leggi! Invece non può, lo dice anche Napolitano...
- No, veramente Napolitano dice...
- E Lo perseguitano, L’hanno chiamato magnaccia!
- Ma lei trova giusto che i cittadini italiani non siano tutti uguali di fronte alla legge? Io mica posso farmi...
- Ci facciamo anche una figuraccia all’estero, no? Io dico: se è perseguibile allora lo perseguano!
- Ma è appunto questo il problema, ora non possono più perse...
- Quelli vogliono fare le leggi, i giudici, e invece non possono farle. Le sembra giusto che lo chiamino magnaccia? Non è un magnaccia, Lui, è un imprenditore...
Ho gettato la spugna e salutato gentilmente il cortese signore. Inutile continuare, senza un vocabolario e un quadro di riferimento comuni.
Ma mi è rimasta la sensazione che l’educatissimo abbordatore si sentisse molto più simile a Lui che a me. Più simile a Lui che ai giudici.
Ero molto perplessa. Poi Lansdale, intorno a mezzanotte, mi ha più spiegato tutto.
Scritto ascoltando The Barry Williams Show da Up di Peter Gabriel