martedì 16 dicembre 2008

Progressisti elitari


Ricordate la frase riportata proprio sotto la testata de «Il Manifesto»: "Un passo avanti e uno a sinistra"? Ogni volta, leggendola, mi trattenevo a fatica dal commentare ad alta voce: «ehi, gente, il mondo è rotondo", a furia di passetti avanti e a sinistra spunteremo all'estrema destra!» Per carità di patria, comunque, commentavo soltanto con il mio abituale compagno di discussioni e la frase è rimasta nei nostri annali come esempio di assurdità benintenzionata. Ma io sospettavo che non fosse soltanto questo.
Negli anni, la faccenda dei passi avanti e a sinistra mi è tornata in mente molte volte, e sempre più spesso negli ultimi mesi, perché la nostra «sinistra» (le virgolette sono assolutamente necessarie, ormai) mostra - oltre al tocco di Mida al contrario, anche una preoccupante propensione a imboccare strade contorte e lunghissime per poi mancare clamorosamente l'obiettivo. Ho ripensato alla frase anche ultimamente, riflettendo sulle condizioni della scuola pubblica da utente (invece che a da docente, come faccio di solito), un punto di vista sacrosanto al quale io quasi sempre rinuncio autocensurandomi, in nome della solidarietà di categoria.
«'O pesce fete d' 'a capa», dice a ragione il noto proverbio napoletano, e nessuno meglio di un docente sa quanta responsabilità abbiano avuto i vari ministri dei due schieramenti che si sono succeduti negli ultimi anni. Ma anche chi sta in basso, docenti, famiglie e studenti, ha le sue (minori) responsabilità se non si chiede «dove stiamo andando».
Mia figlia frequenta un noto liceo torinese, che ogni anno offre agli alunni opportunità culturali molto valide settimane a tema, scambi, stage, visite culturali di più giorni. Il corpo docente è nell'insieme valido, anche se un "collega" come me è portato a notare piccole incongruenze, illogicità, carenze organizzative che le famiglie che svolgono altri lavori non vedono.
In conclusione potrei dichiararmi soddisfatta della qualità media della didattica, anche perché so bene che la perfezione è perseguibile ma pur sempre irraggiungibile.
Però…
Mi pare di ricordare che negli anni lontani in cui sono stata alunna - alle superiori prima e all'università poi - immaginavo (e con me molti coetanei) le parole SCUOLA PUBBLICA scritte proprio così, maiuscole. Un bene da migliorare, da cambiare radicalmente magari, ma da difendere. E insieme a noi, scrivevano SCUOLA PUBBLICA a lettere maiuscole molti genitori, docenti e cittadini. Allora, noi studenti classificavamo i docenti come "di destra", "di sinistra"; spesso le nostre classificazioni definizioni erano sommarie - per non dire stupide - e poco avevano a che fare con la qualità dell'insegnamento: ricordo perfettamente la docente di italiano «moderata» e legalitaria dalla quale ho imparato gran parte di ciò che so di letteratura italiana e ho ricevuto apprezzabili esempi di correttezza e di etica del lavoro, e ricordo il professore di filosofia "compagno" capace soltanto di spiegare - male - il pensiero di Marx e quello di Freud, sua vera passione; un docente che in definitiva mi ha insegnato solamente a diffidare delle facili etichette.
Al di là dei punti di vista e degli obiettivi, però, una cosa era ben chiara nella mente di tutti quelli che potremmo definire sommariamente progressisti: la scuola pubblica doveva essere per tutti. SENZA distinzioni, senza preclusioni di censo.

Sono felice di poter dire che nel liceo di mia figlia ci sono molti professori progressisti: gente che ha sfilato con gli allievi alle ultime manifestazioni, che ha fatto dichiarazioni di fuoco in consiglio di classe e in aula. Gente pronta a difendere la scuola dallo sfascio perseguito dall'attuale governo…
Gente che nei tre anni in cui la mia famiglia è utente della scuola - e a maggior ragione adesso, in questi mesi di crisi - non si è mai posta chiaramente il problema del costo/famiglia di tutte le belle iniziative attuate e progettate.
Gente, che evidentemente ignora il fatto che esistano ancora - o di nuovo, fate voi - famiglie costrette a scegliere se mandare il figlio all'estero a perfezionare la seconda o terza lingua o offrirgli la possibilità di seguire le proprie inclinazioni artistiche, o famiglie che devono riflettere qualche giorno prima di scegliere di mandare il figlio alla settimana bianca.
La dimostrazione più chiara di insipienza è stata data da un professore che ai miei tempi noi avremmo definito (sommariamente ma a ragione!) integralista e che - per scoprire che i tempi sono brutti ha avuto bisogno di interpellare un alunno in pubblico, in aula: "Ma tu non vieni perché non vuoi o perché non puoi? Ah, non puoi. Ma non puoi perché i tuoi non vogliono!?.
Un cittadino a questo punto avrebbe perso la pazienza e sarebbe sbottato: "Ma quanto vi ci vuole per capire che i tempi sono brutti?"
Ma io non sono un semplice cittadino, sono un docente. Sono un utente. E sono ancora la studentessa di un tempo. E non posso nascondermi dietro la solita frase trita: «certi genitori non vorrebbero sborsare soldi per i libri ma poi mandano i ragazzi tutti griffati e con l'ultimo modello di cellulare». No, non è proprio questo il caso dei compagni di mia figlia. Nella scuola dell'obbligo, dove io lavoro, esistono fondi stanziati apposta dal Consiglio di Istituto per finanziare le uscite degli alunni che non possono permettersi di affrontare la spesa. Certo, è scuola dell'obbligo, deve gravare il meno possibile sulle famiglie, ma il diritto all'istruzione non si ferma con la licenza media.
Così mi sono ritrovata a chiedermi che cosa sia diventata quella coppia di parole maiuscole: scuola (per ora) di stato? Una scuola fra le tante (confessionali o semplicemente private) finanziate con i nostri soldi?
La colpa non è del liceo di mia figlia, né dei suoi docenti( che in molti casi stimo e apprezzo per il loro lavoro). La colpa è del fatto che ci siamo persi le maiuscole per strada. Come molte altre cose. E a furia di fare passi a caso, magari credendo in buona fede di marciare in avanti (se non proprio a sinistra), ci siamo dimenticati qualcosa di fondamentale. La SCUOLA PUBBLICA deve essere per tutti, o non è. Non è PUBBLICA, sta per diventare qualcos'altro. E noi «progressisti» stiamo per diventare dei perdenti.
Dovremmo tornare a pensarlo, noi docenti, i Consigli d'Istituto, gli alunni e le famiglie che invece, probabilmente, considerano le loro difficoltà un fallimento personale e non del Paese.
Dovremmo dircelo ad alta voce, smettere di ritenere i guai e le gravi carenze di questo Paese affare di ognuno di noi e non "affari nostri".

lunedì 15 dicembre 2008

Correre da fermi


Non voglio nemmeno controllare la data in cui ho scritto l'ultimo post.
Era settembre, mi pare. Da allora in poi ho l'impressione di aver corso tantissimo soltanto per restare dov'ero. Proprio come dice Lewis Carroll in Alice… Ne è senz'altro valsa la pena, ma accuso una certa stanchezza.
Bilancio in data odierna:
- famiglia in attivo
- libreria in attivo: ancora un paio di anni (ma di ORDINARIA AMMINISTRAZIONE, per carità!) e sarò promossa libraia aggiunta, anche se continuo ad avere difficoltà con il POS.
- LN in pareggio: ho letto poco ma ho scritto più di quanto pensassi (magari è stato soltanto un attacco di verbosità).
- Editoria CS in attivo e qualità del lavoro decisamente soddisfacente, ma ovviamente il 90% è merito degli autori).
- Scrittura in rosso profondo: ho un racconto in cantiere da prima di agosto, e forse gli ho trovato uno sbocco soltanto oggi perché durante le attese snervanti in ospedale tengo a bada la tensione andando "altrove". Calo un velo pietoso sulle speranze pre-estive di finire il romanzo.

Però ho una gran voglia di riprendere a leggere, a scrivere, a riflettere sul blog.
Quindi passo subito al post successivo, che riguarderà la scuola dal mio doppio punto di vista di lavoratore e di utente.

giovedì 11 settembre 2008

Camping esclusivo per quarantenni rovinati: acqua corrente e vista sui binari


Grazie Piotr e Fran, ma non merito lodi. Oltre che un tentativo di imparare dall’esperienza (che è piatto buon senso) e di dare un po’ di senso a giorni che avremmo fatto volentieri a meno di vivere, le mie riflessioni sono l’esternazione di un timore. Temo la deriva che sta prendendo il Paese e temo la mia impotenza, quindi cerco, con lo strumento che so usare meglio - le parole - di fare qualcosa.

Il titolo si riferisce a un articolo apparso su D, inserto del sabato di Repubblica. È uno dei pochi articoli leggibili e, guarda caso, non è scritto da un italiano ma di Peter Hossli che, invece di limitarsi a telefonare o a cercare sul Web, è andato a Tent City a parlare con la gente, a guardare come si vive in una tendopoli di Ontario, sobborgo di Los Angeles. Il posto ospita attualmente 200 persone (dopo che l’amministrazione ne ha cacciate 600 perché provenienti da altri stati); sorge su un terreno incolto incuneato tra l'aeroporto e una ferrovia dove transitano continuamente container zeppi di merci provenienti dalla Cina. Gli “abitanti” (senzatetto con 162 $ mensili di sussidio) sono in gran parte lavoratori e colletti bianchi travolti dalla crisi subprime, la cui casa è stata sequestrata o venduta all’asta. L’amministrazione di Los Angeles, per porre un limite al degrado, sta costruendo sul medesimo terreno, un campeggio ancora più "esclusivo" con tendine di plastica tutte uguali, fornite di verandina e disposte ordinatamente a dieci metri una dall'altra. Un’isoletta nell’inferno, già piantonata dai vigilantes, nella quale potranno trasferirsi tre quarti degli attuali campeggiatori abusivi. La versione strapezzente del condominium ballardiano. Riporto un frammento dell’articolo:

Alla condizione di senzatetto David c'è arrivato in gennaio, con l'autobus a lunga percorrenza. Lavorava in Nord Carolina come mulettista e si è rotto la tibia destra. Non essendo assicurato, si è trovato con 40mila dollari di spese mediche da pagare. Ha perso tutto, casa compresa [...] "Il mio sogno americano è andato in pezzi", dice.

Ovvio che noi siamo in Italia e non negli States, e ovvio che qui in periferia - con un’imprenditoria perennemente soccorsa dallo Stato (e quindi finanziata a fondo perduto da noi che paghiamo le tasse), con partiti comunque ancora imbevuti di assistenzialismo cattolico e con la Chiesa in casa - le cose accadrebbero in maniera diversa. O no?

Non temo (non ancora, almeno) per me personalmente, mi chiedo però quanto ci vorrà prima che la povertà diventi tangibile e respirabile. E non mi riferisco alla povertà “lontana”, quella che per la maggior parte di noi riguarda “altri”, ovvero immigrati di varie etnie. Quella la conosciamo, sappiamo che esiste, la vediamo spesso, magari, se svolgiamo certe professioni. Ma - ingiustamente - non la riconosciamo come nostra. Quanto tempo occorrerà perché diventi un affare "nostro"? Perché investa i nostri vicini, quelli del negozio all’angolo, quelli che incontriamo ogni giorno al bar?

Pensiamoci, non ci vorrebbe mica tanto. Basterebbe azzerare la sanità pubblica, la scuola pubblica... 40.000 € di spese mediche, per esempio, si mettono insieme molto in fretta...


domenica 31 agosto 2008

Essere altrove


Alla fine di luglio avevo scritto in bozza un breve post per spiegare che sarei stata "altrove" per qualche settimana, e ne avrei approfittato per cercare di terminare un romanzo che tiro avanti da troppo, veramente troppo tempo. Ecco parte del mio intervento di allora:

… un romanzo cominciato diversi anni fa (con titolo provvisorio Moscacieca), una storia ambientata nel futuro, almeno centocinquant'anni dopo i racconti Un passaggio per Là-Su (edito in Fata Morgana 9 ) e di I mondi di là (scritto di recente per Alia 5 italia, in uscita a settembre) e cent'anni dopo Isola di passaggio, (pubblicato su Fata Morgana 5).
Ho iniziato a scrivere Moscacieca – che per il momento rappresenta il “mio” futuro più lontano – molto prima dei tre racconti; nell’insieme i quattro scritti non formano un ciclo (diffido dei cicli già come lettore, figuriamoci da autore…) ma condividono un medesimo universo imperniato sulle conseguenze personali e collettive della colonizzazione umana dei sistemi stellari più vicini.
Ma allora si tratta di narrativa d’anticipazione sociopolitica…? Eh sì, temo di aver seguito una via pochissimo frequentata dagli autori di fantascienza italiana: se (con le dovute eccezioni: Vittorio Catani e Massimo Citi, ad esempio. Ma con loro collaboro da anni, probabilmente come esempi non contano…).

In realtà le cose non sono andate come avrei voluto e sono stata in un Altrove ben diverso da quello previsto. È stata un'esperienza molto personale, con alcuni amici ne ho già scritto e parlato, ma diffido di questo "metodo di lavoro" basato sul racconto ripetitivo di ciò che ci accade come unica versione del vero. Che resta, tuttavia, l'unico possibile per comprender ciò che ci accade, a meno di non ricorrere alla pura autoosservazione e riflessione, un sistema troppo autoreferenziale per essere affidabile. Ma per riflettere pubblicamente su questo, deve trascorrere ancora un po' di tempo.

Ciò che mi preme fare ora è un'osservazione che sembra banale fino a quando non diventa (purtroppo) una constatazione diretta, un "toccare con mano".
Essere cittadini di un Paese democratico è in sostanza stringere un patto con tutti gli altri cittadini, rappresentati (più o meno decentemente) dallo Stato, dalle sue leggi e dalle strutture che lo Stato si è dato per governare e garantire un trattamento efficace ed equo ai cittadini. Pagare le tasse, tanto per fare un esempio facile facile, va fatto per avere in cambio strutture assistenziali e servizi che il singolo non potrebbe garantirsi da solo.
Sembra ovvio, almeno nel migliore dei mondi possibili. Il nostro mondo certamente non lo è, e il nostro Paese, nemmeno in un mondo più modestamente soltanto decente, può ambire al titolo di Paese migliore. Però offre ancora alcune garanzie che vanno difese a ogni costo, perché perderle significherebbe precipitare da Paese "non soddisfacente" a Paese pessimo e NON democratico.

Prendiamo la sanità pubblica. Negli ultimi anni ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene e negli ultimi tempi ho, diciamo, rinfrescato questa conoscenza.
A fonte di queste esperienze ringrazio pubblicamente, tutto il personale che medico e infermieristico che ci ha assistiti nel reparto di neurologia (prof. Giobbe) e di chirurgia vascolare (prof. Merlo) delle Molinette di Torino. Ringrazio per la competenza, l'efficienza e la solidarietà umana dimostrate.
Ho già ringraziato di persona ed espresso il mio apprezzamento all'Ufficio Relazioni con il Pubblico, quindi la faccenda potrebbe essere chiusa lì. Ma, avendo avuto molto tempo per pensare e per osservare noi e anche gli altri pazienti e i loro famigliari, per scambiare qualche parola con loro, mi sono chiesta: "e se non ce l'avessimo questa sanità, sicuramente imperfetta, sicuramente dispendiosa e probabilmente in alcune regioni e anche ammalata di corruzione e clientelismo? Se, come negli Stati Uniti dovessimo fare soltanto conto su assicurazioni private?"
Se così fosse un enorme numero di cittadini sarebbero discriminati, pur rispettando le leggi e pagando le tasse (per quanto spetta loro) e quindi onorando il patto sociale. E poi, semplicemente, nulla garantirebbe quella qualità di assistenza necessaria nei casi più difficili: aggiornamento e competenza, per esempio, apparecchiature moderne, farmaci costosi ecc. Tutte cose che la nostra famiglia ha avuto disponibili gratuitamente.
Ricordo ancora un mio parente - ex alto funzionario di una grande industria torinese e fornito quindi di "mutua dirigenti" - che si aggiravai smarrito per l'ospedale dov'era ricoverato, brandendo il suo tesserino della mutua dirigenti e tentando di pagare i numerosi e costosi esami a cui era stato sottoposto. "Non occorre, il Servizio Sanitario Nazionale li garantisce gratuitamente", era la risposta e lui si stupiva.
E ricordo che quando in lista di attesa per un intervento chirurgico lungo e difficile, ma non urgente quanto quelli a cui sarebbero stati sottoposti altri, prima di lui - volle affrettare i tempi rivolgendosi a una clinica privata, tutti, TUTTI i medici specialisti lo sconsigliarono vivamente e NESSUNA clinica privata si prese la responsabilità di effettuare l'intervento: "Quest'operazione va effettuta in una grande struttura pubblica, che disponga di macchinari moderni ed efficienti ecc." Nuovo sbalordimento. Che però, temo, non gli fece cambiare idea al momento del voto...

Ecco, in tema di voto, ho scoperto un altro motivo per non abbandonarmi alla tentazione di rifutare la spiacevole kermesse delle prossime votazioni (chissà quando, chissà quali): voterò per difendere quei pochi pilastri ancora in piedi della democrazia: welfare, tolleranza, uguaglianza di chiunque (i Rom, tanto per dire) di fronte alle leggi del mio paese.



sabato 2 agosto 2008

Riduzione a Icona


Trovandomi in un momento favorevole ai bilanci e alle separazioni (letterarie) ho cercato una destinazione editoriale anche per un’altra opera di fantascienza, scritta a quattro mani con Massimo Citi: Riduzione a Icona (RaI).
Dopo il rifiuto di tre diverse case editrici Massimo e io abbiamo deciso di editare RaI ugualmente, non in forma cartacea ma su un blog creato apposta http://riduzioneaicona.blogspot.com/, al quale vi rimando se siete interessati a sapere di più sul progetto.
Qui mi interessa fare il punto su questa esperienza di scrittura condivisa.Premetto che, ammaestrata da esperienze negative fatte come lettore, in narrativa non soltanto diffido dei cicli ma ho una scarsissima fiducia nelle collaborazioni: è troppo difficile amalgamare due immaginari, due stili e due visioni narrative del mondo al punto da mettere insieme una storia coerente… Da un punto di vista pratico, comunque, si possono utilizzare un paio di espedienti un po’ semplicisti ma efficaci:
primo: i coautori scrivono a turno, ognuno per conto proprio, e soltanto uno, sempre il medesimo, rivede il tutto (credo fosse il sistema di Earle Stanley Gardner, gli autori di Perry Mason); è un buon metodo per mettere insieme una macchina narrativa coerente ma che non consente, a mio parere, di approfondire psicologicamente i personaggi. Con me e con Massimo non funzionerebbe mai: nella vita e sul lavoro collaboriamo da anni con risultati molto soddisfacenti ma ognuno si riserva gelosamente alcuni ambiti. Lui è un ottimo cuoco e cucina quasi sempre; non mi vuole fra i piedi quando spignatta (anche se ogni tanto mi cede benevolmente la cucina con l’aria di dire: “divertiti un po’ mentre il gatto non c’è”). Io guido sempre l’auto, sono un discreto pilota e non tollero consigli mentre guido, anche se sono dispostissima a discutere del percorso migliore da seguire.
Il secondo metodo è quello del romanzo a capitoli alterni: ogni coautore sceglie un personaggio e guarda il mondo rigorosamente e solo attraverso i suoi occhi; i capitoli vengono riletti insieme e si discute di volta in volta dei successivi sviluppi. È un sistema tollerabile, e magari buono, per un romanzo che si svolga in un mondo con coordinate spazio-temporali note, tipicamente nel presente e in un luogo noto a tutti i coautori, ma poco efficace per delineare un Altrove contemporaneamente “alieno e comune a tutti i personaggi, ad esempio un mondo futuro.
Insomma, l’idea di scrivere un romanzo insieme era abbastanza peregrina, ma con la nostra insana passione per le sfide, Massimo e io abbiamo voluto provare ugualmente, adottando una gestione mista tra i due metodi, ovvero un personaggio a testa ma nessun sommo revisore.
Le premesse per un pasticcio narrativo (che purtroppo è tutt’altra cosa da un pastiche letterario) e per un divorzio con figlia contesa c’erano tutti. E io ho cominciato a scrivere pronta a sfidare il consorte a duello se si fosse permesso di correggermi anche soltanto una virgola, o di cambiare il colore della camicia del mio personaggio, o se…
Abbiamo scritto i due primi capitoli (che non sono quelli attuali), li abbiamo riletti, abbiamo discusso di come proseguire, nessuno dei due ha gettato il guanto della sfida o la spugna della rinuncia. La scrittura proseguiva ed è accaduto l’impensabile: è nato un terzo personaggio (un caratterista inventato da lui) che ho trovato molto affine… “posso scrivere qualche pagina dal punto di vista di…” Sì, perché no?
A due terzi dell’impresa (ma ancora non sapevamo di essere già a due terzi) abbiamo discusso amabilmente: “nell’episodio in cui tu scrivevi…. “ “guarda che l’hai scritto tu, quello…” – “dici sul serio?”. Ma allora quando io ho descritto.. No, quello è mio”.
Avevo giurato di non riprovarci più: perché rompere un simile incanto?
Ma l’altro giorno, mentre in montagna contemplavamo l’albergo sbarrato e un gigantesco condominio (creato quando funzionavano ancora gli impianti sciistici) con le finestre sbarrate mi sono ascoltata dire: “ballardiano”. Già. Anche da racconto di fantasmi… Pensa a tutte quelle case vuote.. E se scrivessimo un racconto insieme…?

martedì 22 luglio 2008

I limiti della visione: secondo racconto

Il nuovo brano inserito nello spazio I limiti della visione è La piccolina, un breve racconto già pubblicato sul primo numero di Fata Morgana, nel 1997. È passato molto tempo da allora e, mentre ricordo con chiarezza le immagini "viste" scrivendolo, non saprei più dire da quale spunto fossi partita.
Forse stavo ancora inseguendo un gioco di specchi con il quale terminava un mio racconto precedente (poi diventato Bambola carboncino, per Alia 2), ma nell'insieme La piccolina è figlio del mio bisogno di guardare il mondo con occhi molto diversi dai miei.

Da allora sono trascorsi quasi undici anni e un paio di esperienze familiari molto coinvolgenti. Adesso non credo che potrei affrontare il medesimo tema nello stesso modo, molto diretto, di allora.

mercoledì 16 luglio 2008

Cortigiani di un premier provinciale


In un editoriale stranamente rivelatore, Vittorio Feltri, direttore di “Libero”, ha scritto: «Silvio non aver paura, anche il duce ci dava con le donne, abbiamo bisogno di un premier, non di un frate».
Cito da Repubblica, 14 luglio 2008,
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/14/ossessione-di-luigi-xiv.032l.html
Lascio ad Alexander Stille, autore del ben argomentato articolo L’ossessione di Luigi XIV, l’esame di quel fenomeno socio-politico tipicamente italiano che si chiama Berlusconi.
Mi limito, qui, a due commenti:
il primo riguarda la felicissima frase di Vittorio Feltri. Sulla seconda affermazione chiunque concorderebbe: l’Italia ha bisogno di un premier, infatti non ce l’ha, mentre di frati è abbastanza ben fornita, anche in tempi di crisi di vocazione.
Anche sulla prima parte, probabilmente si potrebbe concordare, per quanto per l’Italia del 2008 può risultare alquanto ininfluente che il duce ci desse o meno ai tempi suoi. Nascono però un paio di interrogativi: basta che un tizio ci dia con le donne per farne, non dico un premier, anche semplicemente un soggetto politico? Sicuramente basta a farne un “oggetto” politico, ovvero degno di essere studiato come fenomeno di costume, qualora ci dia, o pretenda di farlo, anche soltanto verbalmente, nell’esercizio delle proprie funzioni, come indica l’articolo di Stille.
Il secondo interrogativo, invece, riguarda Feltri. A che cosa serve, Vittorio Feltri? Servirà mica a dimostrare che in Italia esiste una stampa libera?
In realtà, l’articolo di Stille merita di essere letto anche perché dice molto su argomenti molto dibattuti sul blog di Massimo Citi in questi giorni; cito ancora:
“Ma è segno della profonda mediocrità e del provincialismo dell’Italia di Berlusconi in cui grazie a una stampa ampiamente controllata e accomodante (…) la maggior parte degli italiani vive nell’illusione che Berlusconi goda di un casto rispetto oltreoceano, quando invece è considerato pressoché universalmente un buffone”.
Già. Perché gli italiani, fanalini di coda europei nell’acquisto di libri, leggono anche pochissimo i quotidiani, accontentandosi di sfogliare, quando va bene, qualche giornale sportivo o distribuito gratuitamente. A confronto con la popolazione totale del Paese, saranno molto poche le persone che hanno letto l’articolo di Stille; il numero di italiani che si serve del web per consultare più di un quotidiano o leggere la stampa estera dev’essere irrisorio… Dove mai, con organi di informazione come “Libero”, scopriranno di quanta considerazione gode all’estero il nostro premier?

domenica 13 luglio 2008

Prove di scrittura


Come dice un amico, di quello che si scrive non si butta mai via niente.
Infatti, rimettendo un po' d'ordine fra i miei file, ho ritrovato vecchie storie inedite o pubblicate sulla vecchia serie di LN, brani troppo brevi per essere considerati racconti che tuttavia sono parte del mio percorso di scrittura... Ho pensato di pubblicarle mano a mano nel blog nello spazio «i limiti della visione» come assaggi o come materiali di discussione. Considero la sezione una sorta di laboratorio, qualunque commento (che non sia una invettiva con maledizione) è gradito.

sabato 5 luglio 2008

Far West all'italiana

Ieri ho avuto due esperienze degne di nota.
Alle dieci del mattino, mentre andavo al lavoro, sono stata “abbordata” da un signore già in là con gli anni e molto cortese. Il signore non era il solito cascamorto, non tedierei nessuno con raccontini (noiosi) di vita vissuta.
Nossignore, il suo era un abbordaggio politico. O forse esistenziale. Quindi ho risposto, anche se non l’ho incoraggiato; quando sono riuscita sganciarmi stringevo in mano un mazzolino di domande e dubbi debitamente messi da parte.
Alle 24. 20 (lo so, erano le 0.20, ma per me era ancora ieri sera, prima di dormire e trapassare nell’oggi), ho terminato Il carro magico di Joe R. Lansdale, un romanzo iniziato come uno juvenilia, proseguito come una farsa surreale e terminato come una tragedia greca.
Duro da credere ma le due esperienze sono connesse. Comincerò da Lansdale, perché recensire un romanzo mi è più facile che recensire le persone.
Il romanzo si svolge nel 1909 in un Far West ormai decadente e meta reale, dove le gesta dei pistoleri alla Wild Bill Hickock, ormai prive di senso, diventano prima leggenda popolare e poi, rapidamente, produzione narrativa seriale per aspiranti pistoleri alfabetizzati. Idealizzati tanto da essere descritti come divinità greche i vari “eroi” da romanzetto nutrono non le fantasie sessuali di ragazzette in piena tempesta ormonale, ma la mente esaltata di giovinazzi che vorrebbero imitarli, superarli, diventare il dito più veloce del West.
Non serve, qui, raccontare la trama e le complesse relazioni umane tra Billy Bob, il divoratore di romanzetti da quattro soldi che si spaccia per figlio di Wild Bill e spara altrettanto bene e gli altri personaggi. Basta dire che racconta di Billy Bob, del suo “negro” Albert (tosto ma saggio, nipote di schiavi ed ex sergente dell’esercito degli Stati Uniti) e del diciassettenne Buster. I tre campano di spettacoli itineranti a base di esibizioni con la pistola, lotte tra pubblico e il loro scimmione e spaccio di finti elisir medicinali. Capitati un giorno in uno dei tanti villaggi, vi trovano una popolazione maschile (quella femminile non compare mai) esaltata dalle esibizioni di un altro pistolero, proprio uno degli eroi dei libercoli di Billy Bob. Inutile dire che la faccenda finirà con una serie di sparatorie.
Ciò che interessa è proprio la reazione della gente del posto, il bisogno di raccogliersi intorno non a un eroe ma a un personaggio di spettacolo, capace di calamitare costantemente l’attenzione, a un “pessimo soggetto” di cui sparlare e, nello stesso tempo da riverire. Se l’eroe locale non è più all’altezza va sostituito, il ruolo è fondamentale ma le persone sono intercambiabili.
Il ruolo dell’eroe è contraddittorio, oltre che pericoloso: Lui deve essere autoritario ma non autorevole, meglio se si dimostra un po’ misero, un po’ simile agli incensatori. La stronzaggine è assolutamente necessaria, come il razzismo verso i neri, l’incazzatura facile e immotivata, la violenza nei confronti dei deboli. Infine, l’eroe deve sempre essere in azione: una deve farne e dieci pensarne, altrimenti la noia e l’indifferenza prenderanno il sopravvento.
Seguire qualcuno molto simile a uno di noi, al vicino di casa, uno del quale invidiare la furbizia ma non stimare la condotta, non migliore di noi ma che ha il coraggio, la faccia di tolla, di compiere azioni eticamente criticabili che noi vorremmo compiere ma non facciamo per timore. Uno che si pone al di sopra della legge… Bisogno di assistere continuamente a un reality, nel quale altri più esibizionisti e “coraggiosi” o semplicemente più idioti fanno ciò si farebbe, se soltanto si osasse...
Stiamo parlando del Far West del 1909 o dell’Italia del 2008?

E l’abbordaggio? Beh, è andata più o meno così:
- Che cosa sta leggendo sul giornale? Legge dei giudici? Quelli sono dei persecutori, ha visto? Gente che vuole fare le leggi! Invece non può, lo dice anche Napolitano...
- No, veramente Napolitano dice...
- E Lo perseguitano, L’hanno chiamato magnaccia!
- Ma lei trova giusto che i cittadini italiani non siano tutti uguali di fronte alla legge? Io mica posso farmi...
- Ci facciamo anche una figuraccia all’estero, no? Io dico: se è perseguibile allora lo perseguano!
- Ma è appunto questo il problema, ora non possono più perse...
- Quelli vogliono fare le leggi, i giudici, e invece non possono farle. Le sembra giusto che lo chiamino magnaccia? Non è un magnaccia, Lui, è un imprenditore...
Ho gettato la spugna e salutato gentilmente il cortese signore. Inutile continuare, senza un vocabolario e un quadro di riferimento comuni.
Ma mi è rimasta la sensazione che l’educatissimo abbordatore si sentisse molto più simile a Lui che a me. Più simile a Lui che ai giudici.
Ero molto perplessa. Poi Lansdale, intorno a mezzanotte, mi ha più spiegato tutto.
Scritto ascoltando The Barry Williams Show da Up di Peter Gabriel

lunedì 30 giugno 2008

Il corvo e la sua classe

Oggi, per la prima volta dopo diversi mesi, ho riguardato con attenzione l’immagine che apre il mio blog.
Io sono quella in gramaglie. Il corvo.
I corvidi mi piacciono tutti: corvi, cornacchie, taccole, ghiandaie e nocciolaie; le gazze sono le più eleganti, ma mi sento gazza soltanto qualche giorno al mese e, anche in quei giorni speciali, soltanto per qualche ora. I corvidi sono onnivori, piuttosto svegli, curiosi e con buona memoria, adattabili e un po’ goffi nel volo. Il mio ritratto, praticamente. Nelle varie mitologie i corvidi sono messaggeri divini, hanno dimestichezza con i morti e conoscono la strada per l’Aldilà. Io no. Ma il divino, la morte e l’Aldilà sono temi ai quali la maggior parte degli umani pensa intensamente (o ai quali evita intensamente di pensare). Figurarsi un umano che cerca di scrivere narrativa come me...
La mia classe, invece…
Rappresentare i miei alunni come un gruppo di animali di vario genere non è, come potrebbe sembrare, una perfidia. Intanto nell’immagine scelta sono bestia anch’io, e poi a farmela scegliere sono stati due particolari: la diversità di sembianze, provenienze e formato (le mie classi sono molto variegate) e il fatto che gli “alunni” stiano davanti a me, e guardino quasi tutti da un’altra parte. Io-corvo li seguo, li osservo, cercando di capire dove intendano andare, che cosa stiano guardando, che cosa accidenti vedano all’orizzonte… E il mio lavoro in classe è più o meno questo.
Una volta stabilito che cosa vedono e qual è il loro orizzonte, posso cominciare a spiegare quello che – almeno secondo il ministero – dovrebbero vedere, quello che vedo io e quello che, a mio parere, meriterebbe di vedere.
Ma in queste ultime settimane mi sono chiesta che cosa accidenti abbiano visto alcuni rappresentanti del nostro legittimo (ma non auspicabile) governo, nel gruppo di animali (in senso dantesco) formato dalla mia classe e da me.
Io (e credo anche la maggior parte delle persone sane di mente) vedo preadolescenti (11-14enni) provenienti da numerose regioni italiane e da un buon numero di stati: vedo italiani del nord, del centro, del sud e delle isole… vedo rumeni, albanesi, moldavi, qualche russo, vedo maghrebini di varia nazionalità, vedo sinti e talvolta rom, vedo peruviani, ghanesi, ivoriani, cinesi. Dipende dalle annate. E ognuno di loro vive in famiglie diverse: regolari, irregolari, allargate o affidatarie o, più raramente, in comunità per minori non accompagnati.
E ascolto dichiarazioni curiose: “Sa, prof, io sono valacco!” - “Valacco? Acc.! Ma sei stato sulle Alpi transilvane?” - “Sì, sono stato anche al castello di Dracula. Però preferisco Bucarest, c’è più vita!”. Giuro.
Mettendoci quel tanto di attenzione che contraddistingue un docente decente, imparo anche “piccole” differenze alle quali, chissà perché la gente tiene tanto…, per esempio che i miei “rom” spesso sono non sono rom ma sinti e che “rom” e “rumeno” non sono sinonimi: queste due semplici parole sottintendono storie, stili di vita e tradizioni diversissime e che confonderle non è soltanto sintomo di inaccettabile ignoranza ma è pericoloso, perché questa ignoranza facilona cova sotto la cenere un’intolleranza che nel Novecento abbiamo già visto all’opera troppe volte e con conseguenze nefaste.
Gli “animali” della mia classe hanno aspettative molto differenti nei confronti della scuola, pensano spesso che non possa garantire loro un futuro dignitoso, a volte si aspettano pochissimo, talvolta la subiscono e basta. Ma io non sono “la scuola” anche se mi sforzo di rappresentarla nel suo spirito di istituzione pubblica e laica. Io sono una persona, e da me loro si aspettano almeno qualche risposta.
E io - pensando alle ultime isteriche proposte dei rappresentanti di questa maggioranza sul tema “sicurezza” e alle educate e patetiche rimostranze dell’opposizione - sudo freddo.
Che cosa risponderei se qualcuno della mia classe mi chiedesse: “Prof, se prendessero le impronte a “Lucia”, lei che cosa direbbe?” “Lucia”, perché come tutti i ragazzini, loro le categorie astratte dei politici preferiscono chiamarle per nome… E “Lucia” ha diversi fratelli e sorelle iscritti a scuola e frequentanti.
Dopo molte riflessioni ho deciso che darei loro questa risposta, che mi annoto, tanto per essere pronta:

- che fondare la “sicurezza” di un paese sulla schedatura di massa di un’etnia significa dimenticare tutte le lezioni imparate a carissimo prezzo nel secolo appena trascorso e nel quale sono nati tutti i politici che siedono in parlamento;

- che con una simile iniziativa lo stato che rappresento va contro lo spirito della costituzione, contro il buon senso, contro ogni decenza e contro ogni buon gusto.


- Che se, con il consenso tacito del parlamento, lo stato schedasse “Lucia” e fratelli solo perché appartengono a una particolare etnia, mi metterebbe automaticamente in contraddizione con i principi educativi sanciti da una scuola pubblica nata per minimizzare i gap sociali, economici e culturali dei propri alunni.


Io non sono buona, né cieca. E non mi illudo che nella mia classe siano tutti “uguali”. Anzi, sono convinta che non lo siano affatto e mi va bene così. Perché sono curiosa, come i corvi. E la curiosità di nutre di differenze.
Per me i ragazzi della mia classe sono tutti diversi. E mi auguro che noi docenti, per loro, lo siamo altrettanto. Ammettere e apprezzare la diversità è l’unica garanzia contro l’anonimato e l’indifferenza.
Però, se voglio continuare a fare il mio lavoro, devo partire dall’assunto che tutti - loro e noi - abbiamo i medesimi diritti e che, al di là della nostra storia e personale e del nostro codice genetico, abbiamo potenzialità bastevoli a fare di ognuno di noi un individuo completo.
Ma queste sono riflessioni difficili per dei preadolescenti. E temo che, nonostante le chiacchiere e paroloni, non riuscirei a dare alla mia classe una vera risposta.
Fortunatamente questa brillante uscita i politici che ben conosciamo se la sono fatta a scuola praticamente finita e io, per il momento, non ho dovuto rispondere a domande difficili.
Se la fortuna dura, per quando tornerò a saltellare in gramaglie dietro la mia classe, bene o male, la questione sarà acqua passata. Bene, mi auguro, ovvero alla fine rigettata come indegna di una democrazia.
Perché se fosse passata “male”, invece, io “Lucia” non saprei proprio come guardarla in faccia.

Scritto ascoltando The Nobodies di Marylin Manson:

Noi siamo i nessuno
vogliamo essere qualcuno
solo quando saremo morti
loro sapranno chi siamo...

La dedico a Maroni (1) affinché tenga presente che i “nessuno” che aspirano a essere tenuti in conto (e non semplicemente schedati o rimandati a casa) sono molti di più degli italiani che invocano “sicurezza” e infinitamente più numerosi dei politici che pretendono di dare risposte facili a problemi complessi...

(1) http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-9/maroni-impronte/maroni-impronte.html

martedì 24 giugno 2008

Welfare in crisi? Sono gli zombie!


Nei cinque lunghi anni di premierato Berlusconi che hanno preceduto la scadente e breve performance del governo Prodi, ad ogni educata accusa di difficoltà economiche e di finanza quantomeno creativa sussurrata dall'opposizione, Tremonti e soci si sedevano più comodi nei vari salotti televisivi ed esortavano a non dimenticare due avvenimenti, uno veramente epocale ma spesso citato a sproposito: l'Undici Settembre, e l'altro semplicemente gestito con incompetenza e leggerezza: l'avvento della moneta unica.Augurandomi che nei prossimi quattro anni si rinnovi un po', vorrei segnalare a Tremonti un romanzo che, se attentamente studiato, potrebbe suggerirgli qualche excusatio almeno originale se non proprio credibile.

L'estate dei morti viventi di John Ajvide Lindqvist è una rivisitazione inconsueta e decisamente stimolante della figura dello zombie che ha forse dei limiti nella costruzione (nella parte mediana l'azione latita un po' mentre abbondano le tirate) ma rinnova in maniera interessante la metafora del morto vivente, già simbolo di schiavitù estrema, di alienazione consumistica, di ribellione sottoproletaria…
Il risveglio dei morti più recenti che si verifica a Stoccolma in un'estate afosissima e contraddistinta da un campo elettrico assolutamente anomalo, viene accolto con grandi aspettative dai parenti e gestito con apparente efficienza dalle autorità ma si rivelerà una crisi in grado di mettere in discussione i pilastri dello stato sociale e di rivelare i malesseri sotterranei della società svedese.
La lettura è davvero consigliabile nonostante i limiti narrativi del romanzo e l'ultima parte – che si svolge a Heden, periferia residenziale passata da cantiere perenne a quartiere fantasma senza essere mai stata inaugurata – è potente e suggestiva. Ma l'aspetto che riporta gli zombie di Lindqvist nel solco della metafora sovversiva che li ha resi grandi, è il flop dello stato sociale, la morte dell’illusione che un paese civile possa gradualmente garantire a tutti un livello di vita decente. Questi morti viventi così quotidiani – il nipotino amato tornato dalla tomba, il nonnetto rintronato con l'alzheimer che ha ritrovato miracolosamente la strada di casa… – non mangiano carne umana come i loro antenati letterari e cinematografici e si comportano in maniera meno sconveniente ma pongono un grande interrogativo: «dove li metteremo? Chi pagherà per la loro assistenza?».
Calata nella nostra Italietta, poi, l'ipotesi raggiunge effetti tragicomici: se le nostre risorse non bastano a pagare la pensione ai vivi, tanto che possiamo soltanto sperare in un rapido aumento di popolazione dovuto agli immigrati (trasformati per l'occasione in braccia preziose e non più delinquenti e rubalavoro) come potremmo assicurare il mantenimento di questi scomodissimi revenants…? E quando scade uno zombie, se non dà nemmeno la garanzia di morire e cessare di percepire la pensione?
Veri pesi morti bisognosi di assistenza, i poveri zombie – gli stranieri più sgraditi che si possano immaginare – restano i soliti paria.

Scritto ascoltando The dead of night dei Depeche Mode da Exciter (2001):

Tutto quello per cui noi viviamo, voi lo rimpiangerete

Tutto quel che voi ricordate, noi lo dimenticheremo

Il resto ve lo risparmio

lunedì 28 aprile 2008

Danni collaterali di un'arma "intelligente"

"Nonostante tutte le belle parole, e i buoni propositi, l’esercito americano continua a dimostrarsi un’arma troppo potente e massiccia per essere usata con la necessaria precisione”.
Questa è una delle conclusioni a cui giunge William Langewiesche, corrispondente di Atlantic Monthly e autore di illuminanti reportage da mezzo mondo, in un breve e fulminante saggio pubblicato da Adelphi in Biblioteca Minima: “Regole di ingaggio”, dedicato alla strage di ventiquattro iracheni inermi, tra cui vecchi, bambini, donne, ad Al-Haditha, Iraq, a fine 2005. Lascio alla lettura diretta la lucida e non di parte ricostruzione di Langewiesche dell’imboscata (nella quale un marine perse la vita e uno fu gravemente ferito), della ritorsione e del successivo insabbiamento da parte delle alte sfere.
Se ne scrivo qui è (oltre che per l’ovvia ragione che il testo mi ha dato molto su cui riflettere), perché la realtà, come quel laboratorio del possibile che è la letteratura - nel quale, per fortuna, gli esperimenti si realizzano in vitro, senza perdite umane - procede a imbuto: le scelte iniziali hanno ampi gradi di libertà, poi, percorse le prime diramazioni principali, i gradi si riducono sempre più e alla fine tutti, dai protagonisti ai personaggi di contorno che non hanno voce in capitolo (qui le venticinque vittime e tutti i feriti dei quali non conosceremo il futuro), non possono che compiere (o subire) quei gesti, vivere quel destino, avere quella sorte.
“Il destino è quel che è...”, diceva doc. Frankenstein junior. Qui, però, non è all’opera il fato, ma una logica circolare e perversa, che ha radici dirette nella sanguinosa presa di Falluja da parte dei marines ma è la conseguenza di una serie di errori di valutazione dettati dall’ignoranza, della cattiva informazione e di mosse obbligate da parte di tutti i soggetti coinvolti a cominciare dall’amministrazione Bush per finire all’ultimo guerrigliero fanatico iraqeno.
Una dimostrazione in più che in politica (ma non solo) il concetto di “rischio” e il calcolo delle possibili conseguenze sono ancora largamente sottovalutati: non si può ricorrere a soluzioni - intelligenti o meno - che fatalmente diventeranno incontrollabili.
E ficchiamoci in testa che la convinzione di Laplace di poter calcolare il futuro a partire dalla conoscenza delle condizioni iniziali era (non solo a livello astronomico ma anche sulla nostra più modesta scala umana) una semplice boutade.

Scritto con l’accompagnamento di Aphex Twin: I care because you do

domenica 20 aprile 2008

Come cucino una storia

Prendo spunto da una discussione interessante in corso su Alia Evolution per riflettere su come metto insieme un racconto.
I “come” della scrittura sono tanti: come si crea una storia (prima di scrivere la si immagina nei dettagli/ la si scrive man mano, senza produrre prima uno storyboard, ecc.); come la costruisce perché stia in piedi (scrivendo solo di cose che si conoscono bene/ facendo ricerche in rete o altrove/ senza informarsi in merito e mandando a quel paese la verosimiglianza...), come la si mette su carta (scrivendo a mano, con la vecchia Olivetti del nonno o con un word processor); poi ci sono i rituali dello scrivere (nel silenzio più totale/ immersi nella musica più adatta/ scolando tazzoni di caffè, fumando la pipa o succhiando liquirizia, ecc.) e infine come si fa la revisione (rileggendola più volte/rileggendo a voce alta/ non rileggendola mai…)
I “come” delle mie storie sono un fitto intreccio di sollecitazioni esterne, necessità di dire e urgenze contingenti.
Anche se ho un’idea in testa (sull’inizio del racconto, su un episodio o sullo scioglimento finale), per riuscire a cominciare una storia devo prima “vedere”: il primo spunto di un racconto a cui sono molto affezionata mi è venuto guardando la finestrino di un treno l’edificio cadente di una stazioncina tedesca dismessa; uno degli ultimi racconti scritti è ambientato in un cubo (io insegno matematica…)
Spunti del genere, talvolta uniti a un tema assegnato (esempio: i racconti per Fata Morgana) mi consentono di cominciare la storia senza ancora avere un’idea nemmeno generale della vicenda. Butto giù la prima frase, la assaporo, mi lascio trasportare dalle parole, dalle assonanze, rileggendo spesso, anche a voce alta; poi annoto idee, anche intere scene, su vari quadernetti, di solito uno per storia, che mi seguono ovunque.
Un potente motore della mia scrittura è il desiderio di essere altrove - ho iniziato alcuni dei racconti cui sono più legata in ospedale, angosciata, mentre assistevo parenti vari; altri ne ho portati avanti durante mortali riunioni burocratiche a scuola o aspettando il treno.
Non scrivo di cose che conosco già bene: sarebbe noiosissimo raccontare dei rapporti didattico-affettivi di un docente problematico con colleghi, allievi e famiglie (ci sono già Mastrocola e Starnone, tanto per dire) o peggio ridere affettuosamente degli strafalcioni degli studenti (a parte rari casi, le sciocchezze madornali che scrivono i miei ragazzini mi danno un senso di impotenza, altro che “Io speriamo che me la cavo”). Di sicuro non leggerei mai la storia di un prof. che cerca di essere contemporaneamente anche genitore, libraio, co-coordinatore di vari progetti editoriali e scrittore, scriverla non mi passa nemmeno per la mente… No grazie, io voglio andare lontano: indossando sempre i miei panni, continuerei a pensare soltanto ciò che penserei se non scrivessi. Quindi ho bisogno di documentarmi sulle cose più varie: dalle geometrie non euclidee al codice morse, alla bioluminescenza delle lucciole. E’ uno degli aspetti più divertenti della scrittura e spesso cercando informazioni per una storia trovo spunti per scriverne altre.
Per motivi puramente contingenti (a seconda di dove sono) scrivo in regime misto: inizio a mano sul quaderno e poi riporto le scene sul PC, oppure comincio sul PC e continuo sul quaderno, poi ricopio ecc...
Un WP, comunque, è fondamentale per “provare” vari modi di raccontare la medesima scena: cancellare, aggiungere, spostare pezzi è facilissimo (mentre scrivendo a mano o a macchina riempivo i fogli di asterischi e incollature). Rileggo e correggo mano a mano, di solito quando riprendo a scrivere, mi serve a ripartire.
Non ho una cadenza regolare di scrittura: qualche pagina al giorno se va bene, alla settimana se va male, come in questo periodo. Quando sono in dirittura di arrivo continuo fino alla fine.
Se sono tranquilla alla mia scrivania scrivo (non soltanto narrativa) ascoltando musica; in genere ogni mia storia è legata a un certo tipo di musica: la colonna sonora che scelgo si intona alla storia, ma la storia finisce per intonarsi alla musica. Purtroppo non sono ancora riuscita a sensibilizzare presidi, direttori sanitari e dirigenti delle ferrovie di stato alle mie necessità musicali.
Se scrivo sul PC lo faccio in penombra, i caratteri luminosi sullo schermo mi aiutano a produrre onde theta, forse. Quando smetto mi sento un po’ flippata, è una bella sensazione.
Faccio la prima revisione rileggendo mentre ancora la storia procede; quando ho finito il racconto la storia da potenzialità è diventata struttura “chiusa” e quindi occorre tornare indietro, cancellare certe tracce, sottolinearne altre ecc. Quindi ri-rileggo, di solito a schermo.
A storia sedimentata rileggo ancora, portandomi dietro il racconto per un po’ di giorni. In questa fase perfino un portatile è troppo scomodo, quindi stampo e correggo a penna. In ogni caso la storia verrà letta in forma cartacea, e io voglio vedere che effetto farà al lettore. La carta resta indispensabile.
Spesso rileggo a voce alta, dando molta importanza anche al suono delle parole le allitterazioni involontarie e casuali di chi scrive mi danno molto fastidio. Quelle che restano sono volute, se non piacciono è tutta colpa mia.
Il piatto è pronto, non resta che trovare una cavia che lo assaggi. In questi casi Max è indispensabile.
Ho sfornato questo post con l’aiuto di Robert Smith e compagni, ascoltando Seventeen Seconds.
L’album ha quasi trent’anni ma resiste egregiamente.

sabato 5 aprile 2008

Fantasmi verdi


Ho letto ultimamente una curiosa novella (o romanzo breve) di Danilo Arona, Santanta, edito da Perdisa.
Da molti anni, ormai, Danilo esplora da saggista e da narratore un territorio spurio del fantastico che confina da una parte con l'horror, soprattutto quello intrecciato con l'immaginario cinematografico e musicale, e dall'altra con il mondo strano e significativo delle tradizioni popolari dell'Italia del Nord e delle leggende metropolitane. Un bel mix che quando funziona è davvero potente.
La storia e l'attualità non sono mai estranee alle storie di Danilo, dalla Seconda guerra mondiale, evocata da Pippo, il piccolo aereo inglese mandato in avanscoperta per preparare le missioni notturne di bombardamento, alla tragedia dei desaparecidos ricordata con l'essenza corporea di un'autrice colombiana, venduta al proprietario di una curiosa botteguccia di rarità e medicine alternative.
Con Santanta Danilo ha puntato in alto, raccontando la situazione delle comunità indiane del Mojave, strette tra un'identità culturale che si sgretola e l'azione congiunta del governo federale e delle industrie dei rifiuti decise a scaricare nelle loro riserve ogni sorta di schifezze tossiche. Una storia semplice ma ben condotta, dove accadono meno cose di quelle che si temono e forse la violenza è semplicemente quella di chi non è più disposto a subire.
O forse no, il vento del Mojave, Il Santa Ana, è reale e ha sulle cose e sulle persone effetti devastanti.
L'esperimento di Danilo (attualità politica + horror) è interessante. Di solito il tema della natura che si ribella - tipico di alcuni film di grande successo e di molti B-movies che le TV locali passano ancora a tarda ora - viene coniugato con la (fanta)scienza e partorisce squali assassini, ratti giganti fuori di testa, insetti gregari iperorganizzati. Danilo, invece, ha evocato degli spiriti - né buoni né cattivi, spiriti banali di gente qualunque, resi furiosi dalle ingustizie patite, che tornano per saldare conti in sospeso, come in tutte le ghost stories.
Roba che a ben vedere è poco splatter e cresciuta nell'ancora fertile terreno del gotico.

domenica 23 marzo 2008

Bolle e scrittura

Qualche settimana fa ho partecipato con Max Citi a un incontro organizzato da Alessandro Defilippi. Dopo la presentazione dell’antologia di Max (In controtempo)L’incontro (informale, con buffet vario e gustoso, e per nulla accademico) si è dipanato in una discussione di buon livello sulla scrittura che ha toccato temi stimolanti e impegnativi.

In particolare mi ha fatto molto riflettere una domanda di Barbara Bassino (autrice tra l’altro di un racconto sul penultimo Fata Morgana): “Quando l’autore di un racconto fantastico ha raggiunto il finale?” Ovvero, quando il racconto in questione è davvero finito?

Naturalmente la domanda è adeguata ad ogni tipo di narrativa – romanzo e novella, oltre che racconto - di genere o meno. Ma in alcuni casi rispondere è più facile; banalizzando, per il poliziesco si potrebbe dire: “quando l’indagine è terminata e il caso è risolto” e per il romanzo rosa “quando si è giunti ad un soddisfacente happy end”; per il falso racconto fantastico: “quando ciò che appariva soprannaturale è stato spiegato” ecc. Il racconto o il romanzo fantastico, invece, devono restare in bilico tra possibile e impossibile, devono cioè mantenere aperta fino in fondo la frattura del reale, insomma devono mantenersi sul crinale, pena lo scivolamento verso uno dei pendii: meraviglioso o spiegazione razionale.

Prima riflessione: è possibile restare sul crinale fino in fondo? Credo di sì: penso ad alcuni racconti di Cortazar, naturalmente, a quelli di De la Mare (che molti lettori trovano insoddisfacente e un po’ algido proprio perché non si sbilancia ed è avaro di “effetti”)

Seconda riflessione: Ammesso che sia possibile, esiste una ricetta?

Max ha tentato una risposta, io ho provato a indicare un percorso (seminare il sentiero di vie traverse, socchiudere molte porte) e ancora Max, messo alle strette da Consolata, è tornato sull’argomento suggerendo che il finale deve rispettare/rispecchiare la complessità del mondo. Sono d’accordo e credo che la sua affermazione si possa tradurre così: Per ogni storia esistono un gran numero di finali insensati/impossibili/inopportuni (nell’esempio di Max, A e B diventano amici e A sposa la sorella di B, ad esempio) e non più di due o tre finali appropriati. Di questi uno o forse due sono in discesa, non necessariamente banali, forse anche “sorprendenti”, ma non illuminanti, più o meno i finali che un lettore di lungo corso avrebbe immaginato. Poi esiste “il” finale, quello disvelatore: che spinge chi legge a chiedersi “ma come…?” e di seguito a riflettere: “però…” e che rimane dentro a lungo, sfidando a rivoltarlo come un calzino, a continuare a scavare. Esattamente come accade nella vita reale.

Terza riflessione Il problema posto da Barbara e da Consolata, però, ha anche un’altra dimensione, più tecnica e contemporaneamente più onirica . Quando e come chi scrive riconosce “il” finale?

Posta così la questione diventa molto più personale, qualcosa di più ampio e più scivoloso delal scelta di un finale non ovvio. Posso soltanto provare a schematizzare come mi pare che funzioni per me.

1) l’inizio del racconto scaturisce da una collisione (come già diceva Max a Barbara), dall’intreccio di almeno due elementi: una situazione, un luogo o un’atmosfera e uno stato d’animo, un’emozione contraddittoria. Il mio esempio a Barbara è stato l’inizio del racconto che sto scrivendo per Alia: c’è un cunicolo, un “buco” nella roccia e il mio fascino/orrore per i buchi. Perché mai devo (il personaggio deve) stare in quel cunicolo?

2) La storia prosegue in maniera razionale (si tratta di una miniera dove si estrae… aiutato da… verso il quale prova… La trama nasce mano a mano – per i racconti non uso vere e proprie scalette – suggerendo strade traverse e illuminando porte socchiuse che sul momento non saprei spiegare perché inserisco ma che ho imparato a lasciare perché alla fine mi serviranno (almeno alcune, le altre dovrò tornare indietro a cancellarle) e con alcuni innesti “visionari”. Non di rado a guidarmi sono le parole e il loro suono; l’uso di un word processor invece di rendere meno libera la mia scrittura mi consente di provare molti accostamenti.

3) Il finale. In Il cervello lepre e la mente tartaruga, Guy Claxton sostiene con appoggiandosi a doviziosa documentazione scientifica che oltre al cervello razionale possediamo una submente profonda (che è anche ma non soltanto l’inconscio) che riflette sul mondo con modalità non soltanto di problem solving ma mediante analogie, integrando quelli che il cervello definirebbe “dati insufficienti” in sintesi fulminanti. Come farebbe un poeta, in un certo senso. E’ dalla submente che salgono intuizioni, soluzioni originali, creazioni artistiche, illuminazioni. Naturalmente una volta “salite” vanno riconosciute razionalmente, vagliate dal senso critico, spiegate con il linguaggio. Molti intervistati da Claxton hanno descritto questa modalità di conoscenza come una “bolla che emerge dal profondo” e che scoppia in superficie. Il paragone mi calza a meraviglia: il mio finale sale come una bolla. A volte la bolla non scoppia, a volte è una bollicina stupida… Ma, prima o poi, il finale emerge, devo soltanto aspettare.

Detta così, sembra una via di mezzo fra la ricetta della nonna e una formula magica, ma sarei curiosa di sapere se qualcuno si riconosce nella mia descrizione…

A proposito di racconti che riescono a restare sul crinale, avrei voglia di sfidarvi ad elencarne almeno un paio ciascuno. Sarebbe bello creare una lista di autori e opere irrinunciabili di questo nobile genere.

La foto in chiusura... beh ho scritto il post ascoltando la sua musica, come potevo non citarlo?


sabato 15 marzo 2008

Vampiri pragmatici


Oltre che per la fantascienza, che in questi ultimi anni frequento più da autore che da lettore, ho un debole per le storie di vampiri, quelle ricche d’atmosfera, gotiche più che horror, assolutamente non splatter. Il sangue è vita, come direbbe il Conte, è prezioso, non deve scorrere a fiumi.

Metafora ormai ovvia del diverso, il vampiro ottocentesco rappresentava la trasgressione, ciò che la società non può tollerare. Un tempo il vampiro era il dandy, seduttore, libertino e libero pensatore, era - in una società ormai avviata verso il capitalismo e l’imperialismo - il parassita, improduttivo e non riproduttivo, dedito ai propri bisogni e al proprio piacere, contronatura negli amori, nel modo di nutrirsi, nella (non) vita oltre la vita.
Ma oggi, nel nostro mondo permissivo, in cui ci si arricchisce anche esibendo proprio ciò che un tempo era tabù, quali regole può mai trasgredire il vampiro? Ci rifletto da qualche giorno, stimolata sia da una recensione di Elvezio Sciallis a Trenta giorni di buio, il film di David Slade, sia da due libri di Stephenie Meyer, Twilight ed Eclipse, letti e raccontati da mia figlia e sfogliati da me con una certa curiosità.
Qualche decina di anni fa, la letteratura vampirica ha imboccato una via diversa - complementare e per certi versi opposta - a quella del vampiro-nemico che va guardato dalla giusta parte del paletto (come direbbe un amico), la via del vampiro-esistenzialista, il diverso per eccellenza che si interroga sulla propria natura. Una via che ci ha suggerito l’identificazione e non la demonizzazione del vampiro: lui, l’immorto che non trova il proprio posto in un mondo ostile, siamo noi. Un tentativo interessante che ora, però, mostra la corda.

Sono stanco di vampiri in latex e cuoio recampati dai tagli di montaggio di Matrix, stanco di succhiasangue vestiti come stilisti gay pronti a disquisire di pomponi filosofico/estetici al suono dei Rolling Stones, stanco degli “infetti” proni allo spleen della loro condizione malata
[…] Benvengano quindi queste bestie assurde, finalmente MONSTRUM, finalmente ALIENO

Dice Elvezio Sciallis nella sua recensione a Trenta giorni di buio. E io concordo: sì, basta.
Se i vampiri sono diventati adolescenti problematici e in crisi sentimentale, pieni di riguardo verso i possibili accoliti e di dubbi sul proprio senso nel mondo, se insomma sono un’immagine migliorata ed edulcorata di ciò che siamo o che siamo stati, quali trasgressioni possono rappresentare, quali brividi possono offrirci?
Per questo, probabilmente, mi sono piaciuti i vampiri di Slade, gli unici davvero trasgressivi degli ultimi tempi. Non tanto perché ci considerano ironicamente solo come prodotto alimentare, quanto perché pragmaticamente applicano a se stessi la metafora della macchina: non soltanto siamo ciò che mangiamo (e in questo senso continuano a essere «noi») ma siamo semplici corpi, meccanismi. «Se un corpo può rompersi va rotto. Tu mi capisci?» dice (cito a memoria) Marlow, il capo dei vampiri a una delle compagne. E lei capisce, autorizzandolo a eliminarla.

Macchine che possono rompersi. Una vera provocazione, in questo ricco Primo Mondo, dove tutti vogliamo mantenerci eternamente giovani, un mondo di lifting, di protesi al silicone, di trapianti di capelli, di sorrisi al botulino, dove è vietato, invecchiare, decadere. Dove l’accanimento terapeutico travalica la volontà manifesta del malato. I vampiri di Slade, invece, sono corpi che cercano cibo e possono cessare di funzionare. Non sperano nell’Aldilà non hanno alleati satanici, provano ad annusare dio nell’aria. E non lo trovano.